Per via della influenza galoppante, ieri ho lasciato a meta’ il post, ed ecco qui -quindi- la seconda parte. 

Riconosco pezzi del nahum che potevo essere, e che per fortuna non sono diventato, dentro persone che, come me, hanno un passato universitario ed attualmente (al contrario di me) dentro le facolta’ umanistiche italiane o nel sottobosco editoriale. 
Riconosco i memi, gli automatismi, che fanno parte della loro visione del mondo. Uno e’ quello degli ipposti estremismi. Ci sono fondamentalisti islamici che massacrano i cristiani? Bhe, da qualche altra parte ci devono essere fondamentalisti cristiani ugualmente pericolosi. E se non ci sono in realta’, l’intellettuale te li trova in potenza (viene alla mente il personaggio di Don Ferrante….)
Questo significa mettere sullo stesso piano un gruppo di esaltati della Bible Belt e l’esercito dei talebani. E’ una offesa al buon senso ed alle vittime, ma soddisfa il bilancino interiore dell’intellettuale italico, che come Don Ferrante se ne va a letto, certo che la peste islamista non lo tocchera’. Intanto i suoi colleghi di lingua araba vengono sbudellati in Medio Oriente, e allegri tutti che e’ primavera. 
Non e’ che l’intellettuale italiano sia un adepto dell’islamo-marxismo alla George Galloway. Quelli sono i suoi colleghi inglesi, che lavorano in facolta’ lautamente sponsorizzate dai despoti arabi. In Italia quei soldi non arrivano. E non c’e’ nemmeno il senso di colpa post-coloniale che impedisce agli intellettuali inglesi di riconoscere vessazioni delle donne quando ci sono vessazioni delle donne, se le donne vessate e gli aguzzini hanno la pelle piu’ scura della loro. No, in Italia domina  piuttosto questo riflesso condizionato a cercare sempre il bilanciamento, non tanto per giustificare l’islamismo, ma per  giustificare la propria apatia, il proprio starsene fuori da ogni disputa, e continuare a elargire perle di sapienza tardo-marxista. 
Questo atteggiamento si basa sulla convinzione (roba simile a una setta religiosa, in effetti) di conoscere in che direzione evolvera’, o dovrebbe evolvere la storia – non verso una societa’ senza classi, ma verso un mondo senza appartenenze, o meglio in cui l’appartenenza alla classe degli intellettuali dara’ il diritto di dettare legge sulla vita degli altri, i rozzi, i primitivi ed i tribali. 
Tale e tanta e’ la presunzione di conoscere le regole del gioco, che gli intellettuali di sinistra si nominano arbitri elegantiarum di quel che circola nel campo avverso. “Questa destra e’ caciarona ed impresentabile”. Perche’, se avessero un eloquio piu’ forbito, tu li voteresti? “Questo governo israeliano e’ criminale” Perche’,. ce ne e’ mai stato uno, di governo israeliano, che ti andasse bene? 
Vorrei che sia chiaro, parlo per esperienza diretta, queste sono robe che ho detto e scritto anche io. Anche io ho gioito quando Montanelli si e’ unito al campo anti-berlusconiano, tutto ad un tratto il Sor Cilindro, era diventato un eroe, esponente di una destra presentabile lungamente cercata. Ma dove? Ma quando? La si era cercata? Erano domande che nemmeno mi passavano per la testa. Me le faccio ora, che da quel campo sono fuori, e che mi lambicco su come e perche’ il Pirke Avot ti consiglia di non stare troppo vicino ai rashaa, termine ebraico che solo superficialmente si traduce come “malvagi”. In realta’, termine centrale nella storia di Korah, che sta nel libro dei Numeri e che racconta di questo capopopolo che monta una ribellione contro Mose’, e il Midrash spiega che se ne andava a raccontare di conoscere meglio di tutti in che direzione stava evolvendo la storia (perche’? Beh, perche’ lui apparteneva alla casta degli eruditi). 
Qualcuno, non mi ricordo piu’ chi, ha detto che con la caduta del muro di Berlino, l’idea di una societa’ senza classi, si e’ fatta nubolosa, e’ stata spinta nel regno dei sogni, mentre prima sembrava dietro l’angolo, anche ai comunisti che di sovietico avevano poco (un genere di comunisti sovra-rappresentato nelle facolta’ umanistiche italiane). E tra i detriti della Guerra Fredda, anche a generazioni di distanza, ci sono pure gli intellettuali italiani, allievi degli allievi di professori comunisti, che girano tra dipartimenti e seminari, con poco tempo per gli studenti e molto per raccontare all’universo mondo che hanno ragione loro. 
Ora, il poco tempo per gli studenti  e’ una schifezza. Ho studiato in un college americano e in una universita’ inglese, il docente c’e’ sempre, nell’orario di ricevimento o eventualmente su skype. Gli esami sono scritti e il docente legge e corregge le due versioni del tuo elaborato. Altro che i venti minuti in cui io chiedevo qualcosa, tratto da un libro per le scuole superiori, sulla pace di Lodi (e/o sulla Riforma anglicana), qualcosa sulla crisi del seicento, qualcosa sulla rivoluzione francese (e/o illuminismo; e/o rivoluzione americana) prima di far passare lo studente alla seconda parte, dove il voto veniva comunque tirato su di un paio di punti, perche’ senno’ (oh grazie, riforma Berlinguer) si vanno a iscrivere in una altra universita’, a venti km da qui. 
Fosse per me, lo dicevo allora e lo ripeto qui, lo studente dovrebbe presentare un elaborato di una decina di pagine su un argomento a caso tra quelli sopra, compreso un paragrafo di storia locale (la crisi del seicento nel mantovano; la riforma anglicana nel pensiero degli esuli italiani; la rivoluzione americana e gli illuministi milanesi) e il professore o uno dei numerosi assistenti dovrebbe accompagnare lo studente in biblioteca, qui ci sono i testi piu’ importanti, questa che vede in fondo e’ la bibliografia, quelle sono le riviste, ci vediamo tra due settimane e buon lavoro. Si eviterebbe il panico da pagina bianca che prende gli studenti quando iniziano a scrivere la tesi. Ma per arrivare a quel punto, dovresti levare dalle ambizioni dei docenti italiani la aspirazione a spiegare TUTTA la storia, che li ha portati a scegliere e spesso a scrivere quel sussidiario (che non si vende piu’ alle superiori ma all’universita’ ha ancora mercato). 
E cosi’, mentre la fine del comunismo ha allargato a dismisura l’ego degli intellettuali italiani, e’ successo che e’ andata perduta la parte piu’ importante del loro profilo. Gli intellettuali italiani non hanno piu’ capacita’ di introspezione. Potete dire quel che volete sulla psicoanalisi, resta secondo me un formidabile strumento di lettura di te e delle tue opinioni e passioni, ti isegna che se reagisci in un dato modo a una data persona, e’ perche’ tu e quella persona avete qualcosa in comune. Fateci caso, gli intellettuali italiani hanno abbandonato la psicoanalisi. Hanno abbandonato, in genere, la attitudine a considerare se’ stessi con spirito critico, a riconoscere quelle parti del proprio pensiero che provengono da ideologie ed educazione, o condizione di classe se vi piace il marxismo. Continuano pero’ a sentenziare sul mondo, pensando che il mondo prima o poi dara’ ragione a loro, perche’ loro hanno ragione. 
Come sono contento di esserne lontano. 

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