Un bambino palestinese, un attore ebreo dal volto umano ed una pagina di Talmud

In Siria i sostenitori del dittatore Assad (dittatura, come sappiamo sempre condannata da l’Unita’) si scannano con gli oppositori, che sembrano essere e probabilmente sono una banda di terroristi dediti a decapitazione ed antropofagia. Ne vanno di mezzo anche donne e bambini. Centinaia di migliaia di bambini.
In Egitto l’esercito ha appena concluso un colpo di Stato, con relative incarcerazioni senza processo e torture di genitori davanti ai figli. Il colpo di Stato e’ stato portato a termine per contrastare una incipiente dittatura islamista, le cui milizie avevano preso l’abitudine di insegnare a donne e bambini la loro interpretazione dell’Islam, con il metodo dello stupro in piazza, anche di minorenni. E ovviamente pure torture.
Vorrei far notare che tra le vittime di queste carneficine ci sono anche molti palestinesi. Non quelli che vivono nella West Bank, che anzi stanno beneficiando di un mini-boom economico portato (anche) dalle compagnie edilizie che costruiscono alloggi per immigrati ebrei, noti anche come coloni, con i quali chissa’ come mai nessuno vuole parlare mai. E che anzi stanno pure, i palestinesi, costruendo la prima citta’ araba di quelle parti, mentre il numero di check point diminuisce. No, le vittime palestinesi delle carneficine in corso in Siria (e Libano) sono palestinesi uccisi da altri arabi e da agenti dei loro governi, che negli ultimi trenta anni li hanno tenuti nei campi profughi in territorio siriano o libanese, ammassati, invece di dare loro diritti civili e possibilita’ di lavoro.
Ora, mentre tutto questo macello e’ in corso, Moni Ovadia, l’ebreo del volto umano, ci fa sapere [qui: http://tinyurl.com/p67l9dv ] che la polizia israeliana ha preso un ragazzo palestinese che tirava pietre e lo ha riaccompagnato a casa illeso. Magari con maniere brusche -non dissimili da quelle della polizia di Napoli con gli scugnizzi- , ma illeso. Persino il video propagandistico, girato da un militante a tempo pieno di una organizzazione al soldo di varie chiese (e libera di agire liberamente in Israele), non riesce a mostrare cicatrici alcune sul corpo di quel bambino.
Per inciso, Moni Ovadia crede che il nome della organizzazione sia Beth Tselem, che non ho capito cosa crede significhi. Agli interessati segnalo che una possibile traduzione e’ Casa delle Ombre, che e’ un bel lapsus per una organizzazione che vuole rendere pubbliche le azioni dell’esercito di Israele e nel contempo si vanta di essere trasparente quanto ai finanziamenti. Se Moni Ovadia avesse fatto i compiti di ebraico, saprebbe che l’organizzazione –che ha una reputazione alquanto dubbia– si chiama Be’tselem, che vuol dire “ad immagine” ed e’ un modo biblico per dire che l’uomo e’ creato a immagine di Dio. Belle parole, le solite, usate da sedicenti ed autodenominatisi pacifisti, per i quali un bambino illeso, in Israele, e’ un crimine, ed un massacro in Siria e’ una faccenda interna in cui c’e’ lo zampino -indovina!- dei sionisti cattivi. Che quando c’era Assad al governo, sapete, comandavano i bravi ragazzi.
Ecco, quando ho letto l’articolo di Moni Ovadia, ebreo maschio bianco e borghese dal volto umano, ho pensato ad uno scherzo. Poi ho letto i commenti e ho visto che i lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci amano discettare di quanto la potenza del denaro (finanza cosmopolita ebraica) sia nemica dei poveri contadini palestinesi e del loro ancestrale legame con il suolo. Come i lettori della Padania che amano parlare contro l’invasione dei musulmani.
E allora no. Allora ho capito che davvero, Moni Ovadia vede come il fumo negli occhi l’esistenza di uno Stato in cui gli ebrei possono decidere del loro destino (e del dibattito hanno parte anche quei signori sponsorizzate dall’estero con la telecamera in mano) senza dover chiedere permesso ai potenti (non ebrei) di turno, e senza essere costretti a umilianti alleanze con il suddetto potente di turno.
Lo irrita cosi’ tanto, l’esistenza di quello Stato, che persino adesso, ce lo ha sulle scatole. Adessso che le masse arabe finalmente danno segno di aver capito di essere state ingannate perlomeno dalla guerra fredda, quando dittatori sponsorizzati dai sovietici facevano loro credere che l’esistenza di uno Stato ebraico fosse la causa delle loro miseria. Nessuno sa quale sara’ il risultato della primavera araba, ma quello che tutti hanno capito, adesso, e’ che nei Paesi arabi la gente ha fame, e se la prende finalmente con i propri governi, anziche’ con Israele. Che delle loro disgrazie non ha colpa.
Lo hanno capito gli arabi stessi. Non lo ha capito Moni Ovadia, che continua a sognare la insurrezione vittoriosa delle masse arabe contro l’entita’ sionista. Pero’, ecco, questo e’ un problema del solo Moni Ovadia e di quegli ebrei come lui, che vedono nell’ebraismo un peso, o un vestito da mettersi indosso per entrare in scena, credendo di acquisire chissa’ quale autorita’ morale, mentre in realta’ si comportano da pagliacci in maschera. E’ un problema solo loro, perche’ loro, o i loro figli, sono parte del gruppo di persone che da ebrei diventano “di origine ebraica”: ce ne sono ad ogni generazione, sono quelli che cercano di fondare la propria identita’, la propria visione del mondo, la propria autostima, su quello che i non ebrei dicono, credono, seguono. O sulla immagine dell’ebraismo che e’ diffusa tra i non ebrei. Li si perde ad ogni generazione, vengono numericamente rimpiazzati dai figli degli altri, quelli che frequentano ambienti ebraici, si sposano tra ebrei, mantengono un legame con Israele e magari ci si trasferiscono pure.
Pensavo di scrivere tutto questo, o una forma magari abbreviata di tutto questo, nello spazio commenti dell’articolo di Moni Ovadia, dove si stanno attualmente radundando, ovviamente plaudenti, sostenitori del terrorismo di Hamas, fan di Abu Mazen (e poco importa se sul terreno Hamas ed Abu Mazen se le danno di santa ragione, mica vorrete interferire nei problemi interni dei palestinesi?), assieme a bravi compagni terrorizzati dal potere della finanza ebraica e persino qualcuno la cui fidanzata ebrea, quella sera fatale, aveva le mestruazioni, e poi e’ finita che si sono mollati, indubbiamente per il razzismo di lei, e lei adesso sta con Isacco, che fa l’antiquario e c’ha il porsche.
Poi no. Poi ho pensato che ho le scatole piene di spiegare e puntualizzare. Che di certa gente ormai non parlo piu’ nemmeno il lingiuaggio. Che non me ne importa nulla di passare tempo a spiegare a degli ottusi (compagni; ma ottusi) che esiste qualcosa come il punto di vista ebraico, e che di quel punto di vista fa parte anche il legame con Israele. So che sarei finito a argomentare, con toni sempre piu’ incazzati ed accesi, che gli ebrei esistono, non sono un accidente o uno scherzo della storia, e non devono giustificare la propria esistenza ad alcuno, e che nessuno -tantomeno i lettori dell’Unita’, ignoranti come capre, chiedendo scusa alle capre- hanno il diritto di imporre a chicchessia il loro criterio per dividere quel che noi crediamo, quel che insegnamo ai nostri figli e persino dove decidiamo di mandare i nostri sold, in accettabile (ma sempre sotto sospettoso esame) ed inaccettabile, perche’ non in linea con la loro -bacata e perdente- visione della storia.
Ed allora ho aperto il daf yomi, la pagina di Talmud, che io ed altre centinaia di migliaia di ebrei in giro per il mondo, studiamo oggi. Pesachim12. I Rabbi discutono se e quanto, quando il Tempio era in piedi (ovvero generazioni prima di loro), si potessero mangiare gli avanzi del sacrificio.
Dal punto di vista di noi contemporanei una discussione del genere ha poco senso: il Tempio non c’era piu’, non c’era alcuna concreta possibilita’ di ricostruirlo, eppure questi Rabbi, gente colta ma che comunque era costretta a impieghi umili per via della (chiamandola come va chiamata) occupazione romana, passano il tempo a discutere dei minuti dettagli di quel che vi accadeva. In realta’ persino un lettore superficiale come me si rende conto che il Tempio di cui parlano e che vorrebbero ricostruire e’ un pretesto per discutere di altro. Ed e’ un pretesto che non se ne potrebbero trovare di migliori, perche’ i Rabbi hanno a che fare con un mondo, il loro, che ha perso il centro, e cercano di riscotruirlo, interrogandosi su quali sono i valori e le leggi che possono rimetterlo in piedi per farlo durare. E affrontano questa complicatissima impresa, che li ha coinvolti per generazioni, partendo dalle minute faccende quotidiane, del genere appunto si possono mangiare gli avanzi di qualcosa di sacro, anziche’ scegliere di partire da altissime dichiarazioni di principi e valori, che a calarli nella realta’ hanno fatto sistematicamente cilecca.
Ecco, nella discussione che ho letto oggi, mi ha colpito una affermazione di uno di questi Rabbi, Abbaye, a proposito dei cibi lievitati. Abbaye dice che per portare una testimonianza davanti ad un tribunale, occorre essere accurati, e sapere che potra’ venire usata anche dalla parte avversa. Mentre il cibo lievitato e’ alla portata di tutti.
Il cibo lievitato presso i Rabbi ha una brutta reputazione ed in genere quando lo si portava in sacrificio, offerto alla Divinita’, andava tenuto separato dagli altri. Curiosamente lievito in ebraico si dice Hametz, che poi sono quasi le stesse lettere di Hamas, che vuol dire omicidio in ebraico (pensate che il nome Hamas sia un caso?). E’ considerato il cibo dei potenti e degli adulatori di quelli che hanno un ego, una immagine di se’, gonfia e piena di aria. E poi c’e’ quel legame sematico e fonetico con la violenza e i massacri. Un legame che vedono bene quelli che vivono, e muoiono, sotto un potere dittatoriale.
In altre parole i Rabbi, quelli che vedevano da vicino gli orrori della occupazione romana, sapevano bene che la violenza del potere e’ sotto gli occhi di tutti, ma si preferisce guardare altrove. La violenza si trova spesso nel cibo che mangiamo e non ce ne accorgiamo, e lo diamo per scontato, anche per non disturbare la bella atmosfera conviviale che si forma attorno alla tavola. Per apprezzare questo passaggio occorre tenere presente che, sempre secondo i Rabbi, un testimone, per essere credibile, non deve aver mai seduto allo stesso tavolo dei giudici.
Ma naturalmente, siamo in democrazia, Moni Ovadia e’ libero di sedersi al tavolo di chi gli pare.
Io pero’ continuo con il daf yomi. E’ tanto piu’ interessante dei suoi articoli.

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4 risposte a Un bambino palestinese, un attore ebreo dal volto umano ed una pagina di Talmud

  1. Ettore Gad Scandiani ha detto:

    Concordo con ogni singola parola, sopratutto della prima parte del discorso, solamente perché più comprensibile e “politico” ad un profano come me. La seconda parte, più spirituale e intrinseca, mi trova incompetente, e ne prendo atto. TODA’ RABA’ RAV.

  2. luca ha detto:

    Non vi è accordo sul reale significato della parola “Ḥamās”. Ḥamās è un acronimo della frase in arabo: حركة المقاومة الاسلامية‎ ovvero Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya: “Movimento di Resistenza Islamico”, ma in arabo la parola “ḥamās” significa anche “entusiasmo, zelo, o spirito combattente”.[30] La parola “Hamās” presenta anche un’assonanza con la parola ebraica, non etimologicamente correlata, חמס (IPA /xa’mas/) “violenza”.

    • nahum נחום ha detto:

      Grazie, Luca
      Ora si potrebbe aprire il dibattito. Quando quelli di Hama hanno scelto il loro nome erano consapevole della assonanza con la parola ebraica, che significa violenza omicida? Boh, chissa’. Magari si’. E magari era il loro modo di far sapere che riconoscono il diritto dello Stato di Israele ad esistere. No, eh?

  3. blogdibarbara ha detto:

    D’altra parte uccidere gli ebrei è un obbligo islamico quindi, volendo, possiamo anche dire che lo zelo islamico corrisponde esattamente all’omicidio ebraico: il nesso c’è.

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