Chiar.mo prof. Giunta
ho appena finito di leggere il Suo libro “Una sterminata domenica” e mi e’ difficile contenere l’irritazione. 
L’irritazione ha ragioni biografiche. Siamo coetanei, e io ho pure speso un po’ di tempo nell’Universita’ italiana. Metto subito in chiaro che me ne sono andato per scelta; vedi oltre, come scrive spesso Lei nel Suo libro. 
Dunque, nei Suoi saggi ho trovato -e questo mi ha irritato- quel che sarei diventato io se fossi rimasto in Italia. Tirando un lungo sospiro di sollievo per trovarmi nell’Universita’ da docente, vita grama, certo, ma con qualche sicurezza economica in piu’ rispetto agli studenti. Formandomi le opinioni leggendo quel che legge la  tribu’ cui appartenevo: il Manifesto, la Repubblica e il Domenicale del Sole 24 ore. Professando una fede incrollabile nella superiorita’ persino morale che la mia professione assicurerebbe a chi la esercita, rispetto allo squallore, per dire, dei politici. Mi ha divertito leggerLa che, con la matita rossa in mano, fa le pulci a Matteo Renzi, paragonandolo a Berlusconi e citando la Arendt che parla di Hitler. Mi ha divertito non perche’ quel capitolo sia chissa’ quale capolavoro di perfidia. Trovo invece ridicola la Sua tronfia presunzione, come quella di chi crede che, citando la Arendt, si possano svelare profonde verita’.
Ci credevo anche io; e poi mi sono ritrovato a Limmud, la straordinaria conference (coraggio, usi Google) in cui piu’ di duemila persone (ebrei, ma a questo arrivo dopo) si ritrovano per fare quello che gli ebrei fanno da duemila anni: discutere e studiare. Ed ecco che tutto ad un tratto il nome della Arendt non e’ piu’ l’asso pigliatutto. La hanno letta in tanti, ma tanti hanno letto anche il recente libro della Lipstadt e, insomma, un po’ tutti sanno che La banalita’ del male e’ stato scritto in gran parte durante una vacanza sciisitica in Svizzera, con quel che ne segue. Vale a dire che la Arendt aveva una teoria e ha accuratamente selezionato le parti della realta’ che la confermavano, tenendosi lontana dal resto, ma anche dalla realta’ stessa (che sia questa, la ragione per cui e’ popolare tra gli intellettuali italiani?). E la Arendt conta piu’ per i suoi pregiudizi di assimilata (e disgustata dalle maniere di Gideon Hausner, ebreuccio da ghetto), che per altro. Sicche’ il nome della Arendt non impressionava nessuno. 
Che terribile sconcerto, per me, scoprire questo fattaccio. Che tragico shock uscire dalla confortevole posizione di dottore di ricerca (“intellettuale” credo si dicesse in Italia fino a un certo punto) ed entrare in un universo in cui la gente ha letto gli stessi libri che ho letto io, ed anche altri. E quei libri, quei nomi e quegli autori che chiudevano le discussioni, qui hanno poco da dire, perche’ c’e’ molto altro. Che salutare shock venire a contatto con un mondo diverso da quello in cui ero cresciuto e all’interno del quale aveva persino un poco di prestigio. 
Se dovessi riassumere con aggettivi i Suoi scritti, ricorrerei ad una abusata coppia: “autoreferenziale” ed “ombelicale”. Il proprio ombelico, il proprio campo di competenza, la propria peculiare, ristretta, personale, ottica o cultura spacciata ai lettori per unita’ di misura del valore morale del mondo e delle persone che lo abitano. E che di solito non passano l’esame. 
Dovunque Lei si trovi: che sia al Meeting di CL, a Panarea, o colloquiando con Bob Morse (che resta un americano, quindi prodotto di un Paese senza la nostra storia e la nostra cultura, e anche la storia della antenata puritana, chissa’ se e’ vera, forse la ha inventata il nonno, pensate un poco che differenza rispetto al nobilastro siciliano incontrato a Panarea, pezzi del suo albero genealogico si possono trovare anche nel celebre romanzo di Giuseppe-Tomasi-di-Lampedusa) dovunque, dicevo, Lei ha la sventura di  imbattersi in persone che non sanno apprezzare / non conoscono l’alto valore pedagogico e formativo delle Belle Lettere italiane. Che e’, se ho capito bene, il suo mestiere. Ma anziche’ chiedersi come mai cosi’ tanta gente non riesca ad apprezzarle, vulgo come mai quelli che fanno il Suo mestiere falliscano tanto miseramente, Lei si crogiola nel rimarcare la differenza tra eruditi e persone ordinarie. Cosi’ getta il Suo sguardo sconsolato sul coglione di Panarea, promuove con riserva Linus e Fabio Volo (che non hanno studiato, ma poverini si applicano tanto: che pessime letture, pero’), prende nota del passaggio tra Settanta e Ottanta e non una sola volta che il lettore sia spinto a chiedersi: E dove erano i professori universitari? Cosa facevano, nel frattempo, quelli che per mestiere dovrebbero preparare gli insegnanti, formare i formatori, mentre la TV italiana si riempiva di tette e culi (un po’ di moralismo non ci sta mai male) e scompariva o quasi la programmazione delle radio RAI dalle pagine dei quotidiani? 
E siccome mi sono occupato di storia moderna e di Inquisizione negli anni del trionfo di Berlusconi a Milano, riconosco, dicevo, nei suoi scritti i vizi (ma siamo onesti, la stessa miseria morale) degli accademici italiani. A discettare di biopolitica o di rivolte e rivoluzioni, e intanto fuori si afferma il berlusconismo, e sono proprio gli studenti che incrociamo ogni giorno che votano Berlusconi, e mai che una volta venisse in mente che forse era anche colpa nostra, che non sappiamo insegnare. 
Perche’ e’ un vizio antico. La classe accademica italiana, per dire, non ha dato gran prova di se’ durante il fascismo, men che meno durante le leggi razziali, e i figli e i nipoti (accademici, e qualche volta biologici) di chi ha preso il posto grazie alla epurazione del collega israelita (che chissa’ come mai dovrebbe suonare meglio di “ebreo”), siedono ancora in cattedra. Questo e’ l’antisemitismo italiano. Mai tanto lontano dall’antiamericanismo di cui sopra, ambedue pregiudizi che si rafforzano a vicenda, e che vengono coltivati da piccoli borghesi compiaciuti e spaventati. Per esempio, quando il prof. Claudio Giunta scopre il massacro all’aeroporto di Fiumicino, corre a documentarsi su Internet e ne scrive, riuscendo pero’ ad evitare di scrivere la parola “ebrei” quando parla delle vittime. Un americano lo vede: uccisi anche perche’ ebrei, certo i terroristi erano antisemiti Un italiano no. Naturalmente non sto accusando il prof Giunta di essere antisemita (delizioso comunque il passaggio secondo cui Tizio ha, come tutti i cristiani, nome e cognome: gli ebrei chissa’ se ce li hanno, nomi e cognomi….), sto solo dicendo che -come il pesce non conosce la formula chimica dell’acqua- l’accademico italiano non si accorge dei propri limiti e dei propri pregiudizi.
 E che mentre un Paese, l’Italia si va trasformando  in una societa’ multiculturale, e’ una sciagura che si trovi ad avere una classe intellettuale incapace per mestiere di riconoscere i propri pregiudizi, cosi’ connessi a una visione ombelicale del mondo, e a un atteggiamento mentale che si puo’ definire passivo-aggressivo. 
L’intellettuale italiano non ha mai responsabilita’. Le cose accadono a lui (e agli altri) e lui non ne ha colpa alcuna. Il mondo e’ cattivo e degenerato, e l’oggi sempre peggio di ieri: il passivo aggressivo nutre questa sorta di ostilita’ verso la realta’ esterna. Eppero’ non spetta a lui cercare di cambiarla, questa realta’ che sta la’ fuori dalle aule delle Universita’.
Ci sono certo complicate ragioni per cui la classe intellettuale italiana, dal non limpido passato, sia ridotta in questo modo nel presente. Ma la cosa mi interessa fino a un certo punto. Perche’ io, personalmente, ho deciso di tirarmi fuori da quel gruppo. Il che mi ha portato a girare il mondo, e a misurare la distanza tra la realta’ e i memi attraverso i quali la detta realta’ viene rappresentata. 
Per una serie di ragioni, questa distanza si sente benissimo a Gerusalemme, dove il mantra “bisogna dare uno Stato ai Palestinesi, che poi vivranno pacificamente accanto agli israeliani” (ripetuto dai soliti Repubblica, Manifesto ecc, ma mettiamo anche Lo Straniero) si scontra con la realta’ nella quale i palestinesi, a Fiumicino ed altrove, sono interessati ad altro. Per vedere con i miei occhi questa realta’ (di piu’: per viverci)  ho fatto piazza pulita della forma mentale comune tra gli accademici italiani. E che ho ritrovato nel Suo libro. 
Quando l’ho acquistato, e poi ho letto voracemente, volevo sapere se se e come fosse cambiata l’Italia, durante questi anni in cui non ci vivo piu’. Non posso dire che il Suo libro abbia soddisfatto queste mie curiosita’. Pero’ mi ha fatto ricordare per quale ragione me ne sono andato. E non mi dispiace affatto.
Cordiali saluti. 
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4 risposte a

  1. menesonoandatoioLOL ha detto:

    “E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. ”
    QUalcosa mi dice che il rav non renderà mai partecipe il Chiarissimo prof.Giunta della sua, diciamo, recensione. Ma sarò felicissimo di sbagliarmi.

  2. magiupa ha detto:

    E qui mi vorrei permettere di affermare la mia profonda perplessitá nei confronti della cultura, spacciata a piene mani dagli accademici e dagli intellettuali, che mi rappresentano la stessa con tutte le sfaccettature possibili e immaginabili, evitando accuratamente poi,la stessa patente nobile di cultura a chi non ritenuto degno o vicino.
    In questi giorni è d’obbligo citarlo quindi cito:
    “La cultura è una verdura,che fa paura,la coltura”

  3. Vuk ha detto:

    Scusa, ma credo che nel tuo ragionamento ci sia ancora un assunto non vero necessariamente.
    Cosa stabilisce che gli accademici siano in dovere o comunque nel diritto di spiegare paternalisticamente la realtà a chi la vive? Dve sta scritto che gli intellettuali pensino cose più esatte degli altri?
    Quando una persona vive la realtà arriva ad un punto in cui non può più, se non con enorme sforzo, ignorare certi fatti. Li incontra una volta, due, tre, e la spiugazione che ne da non diventa meno accurata col tempo, che io sappia.

    Gli accademici parlano di certe realtà che non vivono, spesso NON CONOSCONO NEMMENO, e spessissimo le deformano in maniera ridicola*.
    Le loro fini osservazioni si rivelano ridicole e prevedibili come rifflessi pavoloviani già nel loro campo, visto che sono imbevuti di ideologie E dall’idea di non avere neinte da imparare e tutto da insegnare. Ma che vuoi, sono osservazioni di una persona ipnotizzata/in malafede/ignorante/che nemmno si accorgge che parla per via della sua condizione sociale, direbbero loro.

    In più, se vogliamo andare un po’ più nella teoria, non è nemmeno detto che i loro presupposti siano validi allo stesso modo in tuttti i campi.
    Sarebbe come se si volessero applicare ricette dell’economia americana (capitalizzatissima e al cantro del mondo per via del dollaro) a quella russa, o australiana, o indiana.
    Non avrebbe senso. Come i sudamericani che, giustamente a mio dire, si irritano quando arrivano i geniacci dal Primo Mondo a spiegar loro cosa devono fare, che sennò resteranno sempre poveri ignoranti che lavorano nelle piantagioni.
    Anche quando, per grazia divina, gli accademici non finiscono per avvantaggiare i propri paesi/istituzioni di provenienza a scapito di quelli sudamericani, è comunque come minimo irritante per loro sentirsi arrivare il professorone che ha capito tutto senza nemmeno valutare la situazione o verificare i possibili effetti delle proprie teorie.

    Spero si sia capito, altrimenti fa nulla.

    *ne ho vicino un esempio eclatante, nel suo piccolo, un libro di cornell woolrich in cui gli ammonimenti dell’interpretazione sono tutti contro “chi ama la giustizia fai da te dell’ispettore callaghan” e contro i poliziotti sadici con licenza di uccidereche a dire del commentatore sono quelli di woolrich.
    Non c’è traccia di sadismo tra i poliziotti del libro. Sono invece dipinti comem umani, imperfetti che si trovano in situazioni ambigue in cui il senso di giustizia combatte con la disperazione delle difficoltà.

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