Il New York Times ha coperto questa ultima crisi in maniera indecente.

Ha evidentemente sposato la narrativa e la causa di Hamas. Non si e’ vista una sola foto di combattenti di Hamas, in modo che i lettori credessero che a Gaza morivano solo civili. La Rudoren, corrispondente da Gerusalemme, si e’ spinta fino a negare che Hamas facesse pressioni sui giornalisti americani ed europei persino dopo che fonti interne ad Hamas avevano esattamente annunciato che quella era la loro politica (e’ un fatto che la stampa cinese e quella indiana sono stati di gran lunga piu’ affidabili).

Le cose potrebbero cambiare dopo che Forbes, periodico molto vicino agli sceicchi del Golfo, ha pubblicato una accurata e puntuale analisi sulla media war condotta da Hamas. Non solo la intimidazione dei giornalisti che e’ talmente sistematica da aver creato una serie di riflessi automatici secondo cui Israele e’ colpevole a prescindere, ma persino le fonti cui si rifanno i giornalisti sono accuratamente selezionate e preparate dal regime palestinese, e presentate come “voci della strada”. Il classico sistema di tutte le dittature, in base al quale, si sa, i locali sono sempre soddisfatti di come i treni arrivino in orario, e lo vanno a dire ai giornalisti. L’articolo di Forbes ha causato un putiferio nella stampa estera, e persino il New York Times sta adesso ammettendo che ai suoi corrispondenti non e’ proprio permesso di riportare tutto quello che vedono (quindi la Rudoren diceva balle).

In crisi di credibilita’ presso il pubblico dei critici-di-Israele, che cosa pubblica oggi il New York Times? Un articolo autobiografico di Antony Lerman.

La storia, narrata in prima persona, di come una anima bella del sionismo di sinistra ad un certo punto abbia avuto una illuminazione sulla via di Damasco e si sia reso conto che Israele e’ cattivo e che gli ebrei devono tutti bruciare all’inferno per espiare il loro peccato di nazionalismo. Il signore in oggetto e’ Antony Lerman, e io non commentero’ il percorso biografico di uno che, deluso dal sionismo, continua per un periodo di tempo abbastanza lungo a occupare cariche di rilievo (e maneggiare informazioni riservate). 

Ma salta agli occhi la differenza tra l’articolo di Forbes, preciso, puntuale ed accurato, e la svagolata confessione autobiografica, con la quale il NYT cerca di recuperare punti. E’ il tentativo, ad uso delle anime belle, di presentarsi come una anima bella, e di raccontare quanto l’animo dello scrivente e’ puro e candido, ed e’ stato deluso dal cattivo sionismo del babau Netanyahu. Ed e’ priva di date, il che permette di glissare su quella faccenda della permanenza ai vertici e delle informazioni riservate.

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