Storia lisergica dell’economia italiana. Cap. 1

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Prima stronzata: un secolo fa (1915, giusto?) il 95% degli italiani lavorava nell’agricoltura. Dove abbia preso il suo dato, Uriel ovviamente non lo dice. Pero’ l’ISTAT, sapete, quella roba che fa statistiche basate sui censimenti, ci informa che il 58% della popolazione attiva in Italia nel 1911 era appunto impegnata nell’agricoltura, e che nel 1921 la percentuale era scesa al 55%. Non sono noti censimenti e dati relativi al 1915, ma probabilmente il nostro laureato in matematica e esperto di economia e finanza la sa  piu’ lunga di quella manica di farlocchi umanisti che traffica con numeri e statistiche senza essersi abbeverati dalla Sva AvgVsta Sapienza. E quindi tra 1911 e 1921 poco piu’ di un italiano su due lavorava la terra, ma nel 1915 ci si sono messi tutti e due e questo lo sa Uriel perche’ glielo ha rivelato in sogno qualche fantasma evocato assieme ai satanisti bolognesi. Sapete, in Emilia se ne intendono di agricoltura.

Seconda stronzata: la fame di braccia. Questo e’ un punto molto importante del delirio Urielliano. La storia dell’economia e della societa’ italiana, secondo lui, si riassume nella  teoria secondo cui industria, agricoltura e servizi competono tra di loro per avere i migliori, cioe’ per diventare alleati di Uriel, uno che in Italia non e’ riuscito a farsi assumere da nessuno. Per tenere in piedi questa teoria Uriel inventa un mercato del lavoro italiano senza sovrappopolazione e una Italia senza emigrazione. Stiamo parlando di uno che in Germania fa il possibile (cosi’ dice lui) per stare lontano dagli italiani immigrati (e ci riesce, sempre a sentire lui). Ne sta cosi’ lontano che si dimentica che esistono. Pero’, ecco, esistono. Sono quasi quindici milioni di persone, emigrati tra 1876 e 1915. Probabilmente questa e’ una sensazionale rivelazione per il Nostro Principe dei Consulenti Informatici pagati a peso d’oro: era tutta gente che non riusciva a trovare lavoro, questo perche’ lavoro non c’era. Altro che fame di braccia.

Schermata 2015-03-13 alle 12.30.03Terza stronzata, introdotta con l’usuale precisione cronologica. L’industrializzazione italiana non accadde “a un certo punto”. Il certo punto sta in un dato posto del contesto temporale, ed e’ la fine dell’Ottocento. Lo sanno persino gli studenti di terza media, come si evince da questo sito, dove si trovano appunto i riassuntini di storia, per quei ragazzi tanto sfigati che sono costretti a studiare anziche’ documentarsi presso uno che -a sentire lui- alla loro eta’ scriveva la sceneggiatura per Histoire d’O.  Piu’ probabile che si facesse delle banalissime pippe. Esatto, come fanno TUTTI.
Wikipedia invece ci informa che Confindustria e’ nata nel 1910. E’ passato qualche decennio dal principio della industrializzazione e -su questo Uriel potrebbe anche avere ragione- scopo di Confindustria e’ assicurare che gli operai abbiano condizioni di merda, o comunque salari non troppo altri. Ci riesce non perche’ la societa’ italiana e’ cattiva e non comprende il Grande Talento degli Eccelsi Consulenti ma perche’ nel 1925 (sempre Wikipedia, eh) riconosce come interlocutori solo i sindacati fascisti.
Infatti nella ricostruzione lisergica della storia dell’economia e della societa’ italiana che il Nostro somministra ai propri  lettori devoti manca proprio, tu guarda che strano, il fascismo.

Scrivere una storia dell’Italia dimenticando il fascismo e’ una impresa in cui si cimenta solo un imbecille. O magari uno affetto da una egomania tanto spropositata che vorrebbe essere lui al posto di Benito e cambiare il corso della storia mettendo persone che lui giudica competenti nei posti di comando. 
Che e’ esattamente l’unico provvedimento concreto mai uscito dalla testa di Uriel ogni qual volta qualcuno gli ha chiesto: Ma se tutto fa cosi’ schifo come dici, come se ne esce? Il bambino viziato e traumatizzato che e’ in lui risponde: fate comandare me, fate che io sono il capo e poi rimetto a posto tutto io e vi faccio vedere, ecco.

Capitolo 2, qui

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