Menachem e Samir

Menachem era nato nel 1913, nella attuale Bielorussia, in una famiglia molto unita. Riceve una educazione ebraica tradizionale. A quattordici anni, grazie ad una borsa di studio, e’ uno dei pochi allievi ebrei ammessi a un liceo classico molto prestigioso. Da adolescente entra nel Beitar, organizzazione sionista nazionalista.

Samir e’ nato nel 1962, in un villaggio druso del Libano. Il padre rimane vedovo quando lui ha due anni (le circostanze della morte della madre non sono mai state chiarite), e si risposa con una piu’ giovane, poi molla moglie e figlio e se ne va in Arabia Saudita. A quattordici anni Samir lascia la scuola e entra a far parte del PLF, una organizzazione marxista palestinese.

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Vladimir Jabotinsky

Il giovane Menachem avrebbe potuto compiere scelte diverse. Era persino stato socialista. Ma venne catturato dal carisma di Vladimir Jabotinsky, il leader sionista  che ammoniva gli ebrei d’Europa: andatevene in fretta in Palestina, qui tra poco sara’ l’invasione ed i tedeschi vi massacreranno. Quel leader aveva ragione. Per questo Menachem e’ sopravvissuto.

E il giovane Samir avrebbe potuto compiere scelte diverse? Beh, si’. Avrebbe potuto continuare le scuole. Le scuole continuavano, anche durante la guerra civile in Libano, che e’ iniziata quando Samir aveva tredici anni. Avrebbe potuto spostarsi  in Arabia Saudita, assieme al padre, originario di un villaggio che ha dato i natali a diplomatici sauditi ed anche a un ministro. Magari c’erano ragioni per stare lontano da quel padre. Comunque il giovane Samir scelse di entrare nei gruppi paramilitari affiliati al Partito Nazionale Socialista Libanese (di maggioranza druso) che combattevano contro i cristiani maroniti, ed erano alleati con i palestinesi. Invece di intraprendere gli studi classici come il giovane Menachem, il giovane Samir scelse di spendere la vita in campi di addestramento paramilitare.

Terminato il liceo, con il massimo dei voti, il giovane Menachem studio’ legge all’Universita’ di Varsavia. L’antisemitismo in quegli anni era tristemente molto vivace e gli studenti ebrei sottoposti ad ogni genere di vessazioni ad abusi. Cosi’ il giovane Menachem organizzo’ dei gruppi di autodifesa. Certo, avrebbe potuto fare altro. Subire gli attacchi dei compagni di Universita’, per esempio. Che si mettevano in quattro contro uno per dimostrare che gli ebrei erano davvero dei codardi, come diceva la stampa dell’epoca. Oppure il giovane Menachem, che da ragazzino aveva fatto parte di un gruppo sionista socialista, avrebbe potuto entrare nell’unico partito che accettava membri ebrei, il Partito Comunista. Senonche’ pochi decenni dopo la gran parte dei dirigenti ebrei di quel partito si trovo’ ad essere spedita nei gulag, per via di un attacco di paranoia di Stalin. Per fortuna sua, il giovane Menachem scelse una altra strada. Altrimenti sarebbe finito nei gulag.

Nel 1978, non ancora ventenne, Samir cerca di portare a termine un attacco contro Israele. Assieme a dei compagni si reca in Giordania e cerca di entrare in Israele a nuoto attraversando il Giordano. Qualcuno fa la spia e la polizia giordana lo arresta e lo sbatte in prigione per undici mesi. All’uscita gli offrono di collaborare con la polizia giordana in operazioni anti-terrorismo ma lui rifiuta. Avrebbe potuto accettare e diventare un consulente militare del governo giordano. Oggi avrebbe una pensione dignitosa. Ma rifiuta. Gli viene quindi proibito di entrare in Giordania per tre anni.

A partire dal 1935 Menachem compie una rapida carriera all’interno della organizzazione sionista in cui e’ entrato da giovane. Diventa responsabile per la Cecoslovacchia, il gruppo piu’ numeroso dopo la Polonia. Ha grandi doti di organizzatore e di oratore. Gli ebrei chiudono i negozi per andarlo a sentire. Viaggia per tutta Europa. La sua abnegazione e’ leggendaria: per far risparmiare la sua organizzazione, arriva nelle citta’ senza prenotare albergo, cosi’ deve chiedere ospitalita’ ai militanti del posto. Dorme su di un numero imprecisato di divani in tutta l’Europa Orientale. In uno di questi soggiorni conosce la donna che diventera’ sua moglie. Intanto bisogna fare in fretta, perche’ le previsioni di Jabotinsky si stanno avverando. Arrivano i tedeschi. Nel 1939 il giovane Menachem riesce a mettere in salvo 1500 ebrei dalla Polonia verso la Palestina, attraverso la Romania. Menachem si dirige verso la Lituania, ma verra’ arrestato dalla polizia sovietica. Menachem avrebbe potuto compiere scelte diverse, ma ci sarebbero stati migliaia di ebrei morti in piu’.

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Logo del Palestinian Liberation Front

Samir non demorde. Attaccare Israele per via d’acqua gli sempre sempre la decisione migliore. Cosi’ nel 1979 mette insieme un gruppo di militanti, tutti piu’ vecchi di lui; qualcuno inviso al capo del gruppo, Abu Abbas che, chissa’, magari pensava di sbarazzarsene. Montano su di un gommone a cui hanno dato il pomposo nome di “Operazione Nasser”. Partono da Tiro, in Libano, e sbarcano a Naharya, 10 kilometri piu’ in la’, in Israele. Uccidono un poliziotto ed entrano in un edificio. L’indirizzo e’ via Jabotinsky.

Si dividono in due gruppi. Il gruppo di cui fa parte Samir irrompe in un appartamento, e rapiscono un uomo di trentun anni, un civile, ed una bambina di quattro. Tornano alla spiaggia per portare gli ostaggi con loro e scoprono che gli israeliani hanno distrutto il loro amato “Operazione Nasser”. Samir uccide l’ostaggio con il suo mitra e per essere sicuro che sia morto lo butta pure in mare. La bambina piange, Samir teme che gli israeliani si accorgano di dove sta. Quindi la uccide, soffocandola. Rifacciamoci la domanda. Avrebbe potuto compiere scelte diverse? Io credo di si’. La sua vita infatti non era in pericolo. Infatti gli israeliani lo arrestano. Nonostante nello scambio a fuoco venga ucciso un altro poliziotto (ed uno dei compagni di Samir). Pero’ Samir ha scelto di uccidere un civile. Ed una bambina. Ebrei tutti e due.

Menachem nel 1941 viene arrestato dalla polizia sovietica. Per il regime comunista, essere sionisti, credere alla emancipazione del popolo ebraico, e’ un crimine grave. Viene spedito in un campo di concentramento in cui restera’ per quasi un anno. D’inverno la temperatura scende a meno 20 gradi. L’obiettivo e’ “rieducare” il leader sionista. Che finisce per tenere lezioni ai suoi carcerieri. Viene ovviamente torturato: e’ il metodo pedagogico comunista. Gli parlano in yddish, vantando i meriti del comunismo che avrebbe eliminato il capitalismo, la lotta tra le classi e quel suo sottoprodotto, il razzismo antisemita. Risponde in ebraico che l’odio verso gli ebrei non ha nulla a che fare con la rivalita’ economica. Scarcerato in seguito alla invasione tedesca della Polonia, Menachem si unisce prima all’esercito polacco in esilio ed infine arriva in Palestina nel 1942. Certo, avrebbe potuto compiere scelte diverse. Cedere alle torture. Smetterla con il sionismo e diventare comunista. Farsi rilasciare, forte del passaporto polacco e diventare un informatore al soldo della polizia stalinista. C’e’ di nuovo quel piccolo problema. Entro pochi anni non ci sarebbero stati piu’ ebrei nei partiti comunisti dell’Europa Orientale. Se Menachem avesse ceduto alle torture e fosse diventato un antisionista, non sarebbe comunque sopravvissuto.

Sul mitra di Samir si trovano tracce del cervello della bambina. In prigione Samir si laurea grazie a uno corso per corrispondenza e si sposa con una cittadina palestinese, Mentre lui e’ in carcere, la moglie riceve un sussidio dallo Stato di Israele, in quando coniuge di un carcerato. Passano insieme una notte a settimana, ma non hanno figli. Quando i terroristi arabi assaltano la nave Achille Lauro ed uccidono un sopravvissuto alla Shoah, (Leon Klinhghoffer, un vecchio in sedia a rotelle) chiederanno la liberazione di Samir.

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Leon Klinghoffer

Certo, a Samir poteva capitare un destino peggiore. Vedersi negato il diritto di sposarsi, o quello di studiare. Ma non sono scelte sue. Il padre di Samir continua a vivere comodamente in Arabia Saudita. I parenti di parte materna tagliano i contatti con lui.

Giunto in Palestina, Menachem riprende le fila della militanza sionista. La sua famiglia rimasta in Europa perira’ nella Shoah. Lui  diventa capo della sua organizzazione, lo accompagna una fama leggendaria. E riesce a fare entrare clandestinamente migliaia di profughi ebrei da tutta Europa. Organizza azioni armate contro gli inglesi: le vittime sono esclusivamente militari. E’ coinvolto nell’organizzazione del famoso attentato del King David Hotel.

Uno ovviamente si chiede se avrebbe potuto compiere scelte diverse. Probabilmente no. A quell’eta’ e in quella posizione le scelte che uno compie sono dettate dal proprio passato. Che in quei frangenti storici e’ spesso decisivo. Direi che Menachem ha contribuito a salvare migliaia di vite umane: non quella di suo padre, pero’. E certo, avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Per esempio non avvisare per telefono il comando inglese che dentro il King David Hotel c’era una bomba. Non gli credettero. Gli ebrei sono sempre codardi, non ci sanno fare con gli esplosivi.

Samir viene liberato nel 2008, nell’ambito di uno scambio tra Israele ed Hezbollah, i guerriglieri libanesi. Gli israeliani chiedono i cadaveri di due soldati. Il governo libanese e’ sotto ricatto da parte della Siria, che sostiene apertamente Hezbollah. Hezbollah, come parte degli accordi, si dovrebbe ritirare dopo lo scambio da alcuni punti della frontiera. Invece resta. Samir riceve un benvenuto da eroe, divorzia dalla moglie israeliana e ne sposa un’altra. E’ druso e sposa donne non druse: il che e’ contrario alla loro religione. Dignitari drusi rifiutano di essere presenti ai festeggiamenti in suo onore, miliziani di Hezbollah rapiscono la figlia di uno di loro. E i drusi obbediscono. Al Jazeera dedica a Samir uno speciale di due ore in cui viene chiamato “eroe pan-arabo”

Quando viene proclamato lo Stato di Israele, il gruppo di cui Menachem e’ a capo ha rapporti controversi con l’establishment militare del nuovo Stato. Truppe armate aprono il fuoco su una nave che trasportava armi e rifugiati. Muoiono dei profughi ebrei, uccisi da soldati dello Stato ebraico. Menachem passa ore frenetiche e riesce a calmare le tensioni. C’e’ uno Stato, adesso, e dobbiamo riconoscere la sua autorita’. Continueremo la lotta in maniera democratica. Negli anni successivi Menachem raggruppera’ in Parlamento i partiti liberali e nazionalisti, e continuera’ a chiedere che lo Stato ebraico abbia una Costituzione. I socialisti ignorano le sue richieste. Menachem diventa noto per opporsi al coprifuoco cui sono tenuti i cittadini arabi del nuovo Stato. “Yesh shoftim” ci sono giudici, diventa il suo motto ricorrente. Una vita parlamentare all’insegna della legalita’ e dei diritti dell’individuo; gli ideali della democrazia liberale, in un Paese che amava dirsi socialista e collettivista. Nel 1977 una brutta storia di corruzione travolge i socialisti, e il partito di Menachem giunge al governo. Quando i risultati elettorali diventano certi, Menachem si reca al Muro Occidentale, sanando la divisione tra religiosi e laici. E poi sulla tomba di Vladimir Jabotinsky, che aveva avvertito gli ebrei europei mezzo secolo prima. Ai giornalisti che gli chiedono che genere di primo ministro intende essere, Menachem risponde: “Un primo ministro ebreo”.

Una volta liberato, Samir continua la sua guerra contro lo Stato ebraico. Nel 2008 dichiara che Israele e’ un cancro che va eliminato e che chiede a Dio la possibilita’ di uccidere ancora piu’ ebrei; “di qualsiasi eta’”, specifica. Dice che la guerra contro Israele terminera’ solo quando l’ultimo ebreo se ne andra’. Elogia gli assassini di Sadat, che hanno levato di mezzo il primo leader arabo a fare la pace con Israele. Nessuno dei leader che lo ha festeggiato al rientro (inclusi i leader palestinesi) prende le distanze della sue dichiarazioni. Chissa’ se avevano altre possibilita’. Forse, nel bizzarro gioco della politica mediorientale, contano di usare Samir in qualche modo, contro qualcuno dei loro avversari. Ma certo Samir avrebbe potuto ritirarsi a una vita da pensionato. Soldi e protezione non gli mancavano. A Damasco stava in una villa.

Anche da presidente, Menachem ha continuato a vivere nel bilocale in cui ha vissuto come leader dell’opposizione. Alla sera il divano diventava un letto. Il “primo ministro ebreo”, come avrete capito, e’ Menachem Begin. L’uomo a cui Sadat aveva stretto la mano, e per quella stretta di mano e’ stato ucciso e l’uccisione e’ stata elogiata da Samir, uomo che ha ammazzato soprattutto civili indifesi, tra cui una bambina di quattro anni.

Samir avrebbe potuto compiere scelte diverse. Credo di aver indicato sopra qualche punto a partire dal quale la sua vita, e quella degli altri, sarebbe stata forse migliore. E certo anche Menachem avrebbe potuto compiere scelte diverse. Chi vuole rintracciare i punti e divertirsi con il gioco dei se, puo’ usare Wikipedia, come ho fatto io. Nel complesso, la vita di Menachem e’ stata una vita affascinante, quella di un leader politico, e forse anche terroristico, che e’ diventato parlamentare. Ha trasformato una organizzazione clandestina in un partito democratico. Da primo ministro, ha guidato il proprio Paese in una riconciliazione storica.

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Sadat e Begin nel 1978. Samir Kuntar era sedicenne

Samir Kuntar non ha avuto queste possibilita’. Di sicuro non le ha neanche cercate. Nel casino infernale della guerra in corso adesso, Samir Kuntar si e’ trovato a combattere con Hezbollah prima, poi chissa’. Forse per tutte e due. Forse era l’anello di collegamento tra Hezbollah e Assad. Un missile probabilmente israeliano lo ha ucciso ieri. Dicono che stesse preparando un altro attacco contro Israele, che persino Hezbollah considerava imprudente. Potrebbe essere stato tradito. Chi lo sa. Essere ucciso, essere tradito sono tutte  eventualita’ che gente come lui mette in conto, quando compie scelte come le sue. 

Menachem Begin mori’ il 3 marzo 1992, alle sei di mattina. I funerali si tennero nel pomeriggio senza nemmeno il tempo di far circolare la notizia. Il feretro venne seguito da 75.000 persone: gente di sinistra, gente di destra, professori universitari, venditori del mercato di Machane Yehudah, cuore del Likud, il suo partito, ebrei, arabi. C’erano anche dignitari drusi. Forse, persino qualche parente di Samir Kuntar.

Ovviamente qui non sto mettendo a confronto ebraismo e Islam: nessuno dei due personaggi di cui sopra era particolarmente religioso. Ho solo indicato due biografie di due diversi leader nazionalisti, uno ebreo e l’altro arabo. Secondo me questo confronto dice qualcosa sulla differenza tra i due nazionalismi.

Menachem Begin ha scelto di essere sionista e non poteva fare diversamente: sarebbe morto nei campi di sterminio o nei gulag. E come lui, migliaia, forse milioni di altri ebrei. Samir Kuntar ha avuto moltissime occasioni per lasciare il mondo della lotta armata, in cui era entrato di sua spontanea volonta’, non perche’ spinto da drammatiche circostanze storiche. Non ha mai voluto uscire. Ha continuato ad uccidere ed alla fine e’ stato ucciso.

Ovviamente non sto dicendo che tutti i leader palestinesi siano come Samir Kuntar. Ce ne sara’ forse qualcuno capace di trasformare una organizzazione terrorista in un partito legale, di accettare le regole della democrazia, che comprendono regolari elezioni (che in Palestina non si tengono mai). Ce ne sara’ forse qualcuno disposto ad accettare compromessi in nome di una pace duratura, come ha fatto Menachem Begin, che firmando la pace con l’Egitto ha rinunciato alla autosufficienza energetica per Israele, restituendo agli egiziani il Sinai con i pozzi di petrolio.

Ci saranno, forse, leader palestinesi che oltre a perdere le battaglie sapranno costruire una pace, se e quando la guerra sara’ finita. Ci saranno sicuramente. Solo che non si vedono. E personaggi come Samir Kuntar vengono trattati da eroi, indicati come esempio alle future generazioni di palestinesi.

Che il mondo dimentichi presto il nome dell’assassino Samir Kuntar.

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3 risposte a Menachem e Samir

  1. Elisabetta ha detto:

    Forse mi sbaglio ma mi sembrava di ricordare che Kuntar uccise la bimba colpendola con il calcio del fucile. A restare soffocato in modo incidentale ma altrettanto tragico fu l’altro figlio, piccino, della coppia che la madre aveva chiuso con sè in un rifugio in casa e a cui teneva premuta una mano sul viso. Il nome di Kuntar non sarà mai maledetto abbastanza.

  2. Elisabetta ha detto:

    Aggiungo che il sussidio alle mogli dei terroristi in carcere e la possibilità che si dà loro di studiare mi sembrano una follia. Nobile follia, ma sempre follia.

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