Insegnanti

Anche prima che Hila nascesse dicevo tefillah con una certa regolarità, ma le Screenshot 2016-07-21 12.28.25preoccupazioni che abbiamo affrontato in quelle prime settimane di vita mi hanno reso più sistematico. Avevo tra le mani un Siddur ortodosso, che uso da allora.
Tre volte al giorno mi collego con un mondo parallelo al nostro, dove si compiono sacrifici nel Bet HaMikdash e dove i miracoli fanno parte della vita quotidiana e soprattutto del futuro.
Hila (anzi: Hila Hadar Chaya) adesso sta bene, il giorno del suo compleanno ebraico abbiamo ricevuto notizia che era ufficialmente fuori pericolo e che crescerà forte come sua mamma. E le mie visite a questo mondo parallelo proseguono con la stessa frequenza, a volte da solo, spesso in compagnia di altre persone di questa comunità. Fa una certa impressione pensare che succede da 250 anni; mentre a pochi kilometri da qua, sul Continente, solo mezzo secolo fa nascere ebrei era sinonimo di condanna a morte.
Sono arrivato all’adolescenza avendo nelle orecchie una canzone che parlava di un tale che cerca di farsi rapire da un extraterrestre, per vivere in un mondo tutto suo; e quando il suo scopo è realizzato si sente solo e vuoto, e cerca di tornare indietro. Dava voce al senso comune dell’Italia di quegli anni e gli insegnanti si facevano carico di trasmetterci la stessa forma mentale: ci ammonivano a non sognare troppo. Io non li biasimo di certo, il terrorismo era finito da poco e lambiva anche le nostre scuole.
Ma certo -e come poteva essere diversamente- la mia generazione si è avvicinata alla politica molto tardi, con un misto di cinismo, rassegnazione ed individualismo, che ci portiamo un po’ dappertutto, nel Movimento anti-globalizzazione (a proposito, auguri a tutti quelli che quindici anni fa hanno scoperto che non basta riempire le piazze di Genova per fermare la storia) come nel Grillismo.
Avremmo anche la voglia di costruire un mondo migliore di questo, ma ci manca la capacità di immaginarlo. Ed il problema è  che senza questa immaginazione la vita non è completa. Personalmente, dire tefillah mi fa sentire come quello della canzone di Finardi, con la differenza che ho modo di tornare indietro e, al ritorno, riesco a vedere il mondo in maniera diversa, con qualche possibilità in più. In un periodo in cui hai bisogno di essere costantemente collegato al resto dell’umanità (o alla parte privilegiata di essa) per 24 ore al giorno, staccare per mezz’ora o poco più è una grande liberazione.
Non ringrazierò mai abbastanza mia figlia, per avermi insegnato ad immaginare un mondo diverso dal nostro ed a visitarlo tre volte al giorno. Che poi si dovrebbe dire pregare, ma è una traduzione del tutto sbagliata. Studiate l’ebraico, che in traduzione è come baciare attraverso un asciugamano, come diceva uno che se ne intendeva (pare dicesse scopare, peraltro). 12472671_10153939040971096_5746801907397379325_n
L’illustrazione qua sopra (di Greta Koznikov) si intitola “Ir David”, “Città di Davide” è uno dei molti bei quadri che potete trovare a Boutique Katom Fateci un giro e capirete perché è una buona idea comprare quadri da loro. 
Questa qua a fianco, invece, è la signorina che mi ha insegnato a dire tefillah. 
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