Cosa si dice e cosa non si dice, e di chi.

Ma qualcuno mi spiega come mai è  così facile parlare di problemi mentali dei terroristi (stigmatizzando quindi l’intera categoria delle persone afflitte da disturbi neurologici, sui quali si sta abbattendo l’ascia dei tagli alla sanità pubblica) mentre è difficilissimo fare menzione della loro appartenenza religiosa o, la nazionalità nel caso gli assassini siano palestinesi, kuwaitiani ?

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2 risposte a Cosa si dice e cosa non si dice, e di chi.

  1. Elisabetta ha detto:

    Prima la chiave di lettura in salsa economica-sociale (povertà, emarginazione, disoccupazione ecc.); poi quando non si può nascondere che non funziona più, quella pseudopsichiatrica, anche più funzionale all’ipocrisia linguistica, essendo meno brutalmente oggettiva. Liquidare come pazzi i terroristi o gli assassini in nome di Allah aiuta a coprire meglio le responsabilità dell’islam nel suo insieme. Siamo ancora nella fase della dissimulazione linguistica che Manzoni descrisse in modo magistrale narrando la peste a Milano. Quando la parola “peste” occupò finalmente lo spazio pubblico ormai non era più nemmeno epidemia, ma pandemia.
    I malati psichiatrici o neurologici quello veri non interessano nessuno, solo le loro famiglie e qualche medico coscienzioso (di quelli che non vanno ai talk show). Certo la politica e gli opinionisti non provano nessun brivido davanti a loro, vuoi mettere la deliziosa emozione che si prova a discettare sul nulla davanti a stragi o omicidi a colpi di coltello?

  2. matanah ha detto:

    Avevo capito Tibetani, pensa

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