La prima domanda da chiedere, quando si studia in hevruta, è: “Che emozioni mi suscita questo testo?”
E solitamente segue: “Perché mi fa incazzare? Perché mi sento offeso in quanto laico e di sinistra, persona che crede nel progresso del genere umano, nell’uguaglianza e nella giustizia sociale?”
Riassumendo, la domanda diventa: “Dove sta il conflitto tra la civiltà in cui vivo io e la civiltà ebraica da cui viene questo testo?” Proseguendo con lo studio spesso ti rendi conto che il conflitto da qualche parte viene risolto. Sono i momenti in cui impari di più. Come dice Leonard Cohen, ovunque ci sono fratture, è da lì che entra la luce.
Il problema di questo approccio è che funziona quando si è convinti che una civiltà ebraica esiste (per questo l’approccio ricostruzionista è il migliore).
Quando ti trovi a discutere o interagire con persone convinte che la civiltà ebraica non esiste, che esistono solo gli ebrei e che dopotutto sono una religione come un’altra, allora non è hevruta, è filologia semitica amatoriale.
La cosa triste è quando questo capita anche con ebrei. Ebrei a cui l’ebraismo non ha nulla da dire.

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