Due storie che un giorno racconterò

Un giorno racconterò la storia di Y. una ragazza di origine indiana, fuggita a sedici anni da un matrimonio combinato, cresciuta in ambiente islamico (e quel che dicono di noi ebrei da quelle parti è roba che neanche Hitler), ma che segretamente ammirava Golda Meir e le soldatesse di Israele, anche se le sentiva insultare e dipingere come mostri. Ovviamente lesbiche.
A sedici anni è scappata di casa, ha cambiato nome, ne ha preso uno ebraico, ha vissuto in un rifugio per giovani come lei, si è iscritta a scuola e dopo qualche mese mi ha scritto “Salve, mi sento ebrea, cosa posso fare?”.
Era in affido presso una famiglia che non era entusiasta della sua scelta, ha affrontato trafile legali che non finivano più, ha trovato famiglia presso un pastore pentecostale (ah come sono cattivi gli evangelici, vero?).
Tutto questo, qualche anno fa, quando era una ragazzina apparentemente timida, che parlava sempre a bassa voce e veniva al Tempio con lo zaino di scuola e i sopravvissuti ai pogrom in Africa del Nord mi dicevano “Ma è pazza? Ha avuto la fortuna di nascere musulmana, che la mette al sicuro da tanti casini ed adesso vuol farsi ebrea?”
Adesso Y. è una bellissima giovane donna, ed ha terminato il suo percorso davanti al Beit Din. Studia legge, fa volontariato assieme ad organizzazioni israeliane ed è anche merito suo se centinaia di Yazidi si trovano adesso in USA, e ricevono cure mediche.
Ripeto, un giorno racconterò la sua storia, se lei me lo permetterà, quando sarà una grande e bravissima avvocatessa, ed una autorità nelle organizzazioni per i diritti umani. Perché sono certo che Y. Channa bat Avraham, ci arriverà presto.

Baruch atah Adonai, Eloheinu Melech haolam, shehecheyanu, v’kiy’manu, v’higianu laz’man hazeh.

Ed un giorno racconterò la storia di JP, nato a Marsiglia da una famiglia di pieds noir, che fa risalire le proprie origini nientemeno che a Nablus, quando a Nablus c’era una comunità ebraica. Per via di qualche crisi economica che colpì tutta la comunità dovettero spostarsi, e mentre la maggioranza rispolverava qualche connessione con l’Inghilterra, loro finirono nella Algeria francese. Lasciarono perdere l’ebraismo, diciamo che nella Algeria francese non portava molto bene. Rimasero espressioni in aramaico, un siddur dell’Arizal, delle ricette di cucina. Se ci pensate è paradossale, è esistita una cucina ebraica palestinese. Adesso JP è fidanzato con una giovane ashkenazita, che mi dice “Lo so, potremmo sposarci in comune, ma vogliamo portare dentro la nostra famiglia tutta la sua storia. Viviamo già assieme, possiamo rinviare il matrimonio di un anno, Rabbi, ci aiuta a… non so come dire… essere … ebrei? Vorremmo passarlo ai nostri figli”.

Am Israel Chai, (Dedicato a quello che crede di sapere cosa sia Israele)

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4 risposte a Due storie che un giorno racconterò

  1. Shylock ha detto:

    “Salve, mi sento ebrea, cosa posso fare?”.
    Non per mettere in dubbio le tue doti narrative, ma io una storia così non la racconterei: la venderei a Woody Allen.

  2. magiupa ha detto:

    anch’io mi sento un po’ Ebreo…è grave?
    posso vendere anch’io la mia storia al Woody?
    ha mercato sta cosa?
    per me potrebbe essere una soluzione….anche lo stipendio del complotto sionista andrebbe bene…un rimborso spese da praticante massone…l’elemosina!

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