Le strade in discesa del signor G.

Tony Greenstein è un ebreo antisionista. Googolatelo se volete saperne di più. E’ generoso sui dettagli quando descrive la sua vita privata. Figlio di un rabbino, Solomon Greenstein, che oltre ad essere un rabbino era anche un pugile e con il quale non aveva diciamo rapporti proprio eccellenti. Greenstein ha un fratello che vive in Israele. E qui potete vedere che genere di futuro augura per suo fratello.

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Il contesto è interessante, si tratta di un attacco a una figura maschile ed autorevole dell’estrema sinistra israeliana: echi freudiani anche qui.  Ma stiamo sul punto. Tony Greenstein vuole una guerra, e chi se ne frega se suo fratello si trova a morire per tale guerra. Vuole la morte di suo fratello. Sarebbe tragico se non fosse comico.

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 Voi vi aspettereste che una tale dedizione alla causa abbia fatto del signor G. un eroe tra i propri compagni. Dopo tutto uno che è disposto a sacrificare i legami familiari sull’altare di un ideale, per quanto perverso possa sembrare il detto ideale, sta dando un esempio di dedizione e di disinteresse.

Ecco, non succede così. Se andate su Mondoweiss, sito-hub degli antisionisti, trovate una conversazione tra Tony Greenstein ed i fan di Gilad Atzmon, e guardate un po’ cosa gli dicono:

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OK, un po’ di contesto. Tra Greenstein e Atzmon non corre buon sangue. Il primo sostiene che il secondo sia un antisemita, il secondo ritiene che il primo sia un infiltrato sionista e tutti e due sono convinti che l’altro faccia dei danni alla causa dei palestinesi.

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Atzmon a destra e Greenstein a sinistra. O il contrario

I riferimenti. Kiryas Yoel è un piccolo paesino nello Stato di New York in cui la totalità della popolazione appartiene alla setta hassidica dei Satmar, ovvero sono ferocemente antisionisti. 

Nulla di particolare, nel panorama geografico religioso degli USA, ove ci sono contee Amish e uno Stato mormone. Se non che i Satmar sono ebrei e questo a quanto pare è un problema.

Perché siccome i Satmar  sono ebrei, allora rubano le terre ai nativi. Kirias Yoel è una Little Palestine. E’ proprio la loro Jewishness che li spinge a comportarsi così. E’ la Jewishness l‘origine del male. 

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Questi rubano terra ai nativi, perché qui è una little Palestine.

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Questi no.

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Questi forse. Eppure hanno uno Stato, mica solo una little Palestine.

E poi la faccenda degli ossi (“Semitic bone”) e del retaggio europeo. Forse non conoscete la teoria razzista secondo cui gli ebrei ashkenaziti non sarebbero semiti, ma europei, e quindi si può augurarsene lo sterminio senza essere accusati di antisemitismo. E una teoria che dice poco sulla realtà e molto su chi la sostiene, per esempio chi la sostiene è convinto che esista qualcosa come la purezza della razza. Ed è una teoria che ogni tanto sbuca fuori tra gli antisemiti. In questo caso la vediamo utilizzata per attaccare Tony Greenstein.

Che, poverino, fa quasi pena. Si dà tanto da fare per la causa palestinese, rinuncia ai legami familiari e l’unica cosa che ottiene sono insulti razzisti, non da gente di estrema destra, non da sionisti estremisti, no. Da compagni suoi. 

Orbene, il meccanismo è noto.

Se per esempio andate sul blog di Tondelli nell’aprile 2002 trovate un suo attacco a A.B. Yehoshua. Sì, lo scrittore pacifista, il sostenitore del progetto Due popoli due Stati, colonna del pacifismo e della sinistra israeliana.

Se uno veramente ci tenesse ad una soluzione del conflitto, dovrebbe cercare un compromesso. E il compromesso andrebbe cercato proprio con quelli come Yehoshua, persona di sinistra, uno che non ha mai manifestato particolare entusiasmo per i territori occupati, che per lui si potrebbero infatti cedere domani. Invece no. Invece di cercare punti in comune con lui, Tondelli gli dà nientemeno che del razzista.

E il suo razzismo avrebbe nientemeno che origini religiose. Nella Jewishness, si direbbe in inglese. E’ la Jewishness la causa del male.

Tondelli non ha intenzione a risolvere il conflitto. Vuole invece individuare le cause del male. Che secondo lui stanno, indovinate dove.

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Il meccanismo, come vedete, è lo stesso. Tanto Tondelli quanto il sostenitore di Atzmon hanno un unico messaggio per i propri interlocutori ebrei.

Ecco, a noi ebrei questo è il messaggio che arriva. Per quanto proviamo a distaccarci dalla nostra tribù (da quelli che vengono considerati i simboli e le pratiche della nostra tribù) ci sarà sempre qualcuno che trova dentro di noi delle tracce di Jewishness, delle tracce del male, delle tracce di razzismo di origine biblica. Da cui dobbiamo depurarci.

Molti degli ebrei che oggi criticano le politiche di Israele, domani criticheranno l’esistenza di Israele, dopodomani dichiareranno di essere non sionisti, e finiscono a sposarsi con persone non ebree ed a crescere dei figli che ebrei non sono. E l’Ebraismo nella loro famiglia finisce con loro. La ragione è che si trovano di fronte persone per cui loro saranno sempre troppo ebrei. Non abbastanza sinceri nella loro appartenenza ad altrove.

Nel momento in cui la tua comunità diventa un altra, p. es. il famoso “popolo della sinistra” (ma potrebbe anche essere il popolo leghista, o quello degli ultras della Lazio) ne accetti anche i valori e le regole, soprattutto quelle non scritte.

Ed una di queste regole, per solito, è che la appartenenza al popolo ebraico, la Jewishness, non è compatibile con la appartenenza al popolo leghista. O di sinistra. O di ultras della Lazio. Così ti troverai in un tunnel mentale e purtroppo a volte anche fisico, in cui ti affanni per provare ai compagni o ai camerati che tu non sei un ebreo come gli altri, sei bravo, sei buono, sei affidabile. E non basterà mai.

Un percorso mentale che porta rapidamente dalla critica politica ad invocare la propria sterilizzazione o la morte della propria famiglia.

L’antisemitismo ha infatti questa caratteristica. Diventa rapidamente estremo. Gli ebrei in Germania, prima della ascesa di Hitler al potere, erano straordinariamente presenti nelle élite culturali e finanziarie del Paese. Se c’era un Paese in cui gli ebrei incontravano pochi ostacoli nelle loro carriere, era esattamente la Germania. Lo testimonia il numero altissimo di soldati ebrei tedeschi decorati nella Prima Guerra Mondiale. Ed in pochissimo tempo è diventato il Paese più antisemita d’Europa che ha dichiarato guerra all’Ebraismo intero.

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Hanukah, militari ebrei tedeschi. 1916.

E quindi, l’ebreo che vuol mostrare di essere ebreo ma accettabile, si troverà sempre di fronte  qualcuno per il quale lui è ancora troppo ebreo, qualcuno che gli dice che non è abbastanza. E rapidamente passerà ad identificare nella propria Jewishness l’origine del male. Questo per altro è quello che si dice nella comunità di cui lui aspira a far parte.

Si passa dunque dal detestare delle singole persone (anche dei politici, o degli scrittori) a estenderne le odiose caratteristiche ad un intero gruppo. Se questo gruppo sono gli ebrei, il passaggio è particolarmente rapido.

Perché? Non lo so. Ma so che non c’è nulla negli ebrei, o negli israeliani, o nei sionisti, che giustifichi un odio così feroce e generalizzato. Di nessun altro Stato ci si augura la scomparsa, pensando che sia la soluzione di un conflitto. Nessun altro gruppo umano è stato accusato, contemporaneamente di essere comunista e capitalista, cosmopolita e nazionalista e così via. Proprio di logica non ce ne è. 

Se qualcuno si inventa che esista una Jewishness metastorica e mefistotelica è un problema suo, di uno che va alla ricerca delle origini del male, o del Babau, o del babbo cattivo che gli ha portato via la mamma.

Dovrebbe infatti dire qualcosa, per chi conosce Freud, il modo in cui la vita dei palestinesi prima dell’invasione sionista viene descritta come pura, incontaminata, primigenia ed ovviamente naturale.

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E, detto sinceramente, davvero ci tenete alla stima ed alla considerazione di gente che ha, palesemente, questo tipo di problemi? Il povero Tony G., evidentemente, sì. Ed avete visto cosa gli succede.

Il signor G. ha dei figli: lo scrive sul suo blog. Ma non ricevono una educazione ebraica. Per il signor G. l’ebraismo è importante, e infatti continua a tirarlo fuori quando deve attaccare Israele perché (indovinato!) ha tradito i valori dell’ebraismo. Per dare una educazione ebraica ai propri figli dovrebbe iscriversi ad una sinagoga. Ma tutte le sinagoghe possibili sono troppo sioniste per i suoi gusti. Non sono abbastanza, come direbbero e dicono i suoi compagni. A lui.

Naturalmente (che palle) quanto sopra non significa che le critiche ad Israele siano sempre dovute a problemi psicologici. O che ogni critica ad Israele rappresenta sempre l’inizio di un percorso che ti porta prima fuori dalla tua comunità e poi dentro ad un’altra dove gli ebrei non sono popolari ed infatti non ci sono del tutto. Significa che ci sono ebrei che, per compiacere un ambiente non ebraico di cui si sforzano di far parte, attaccano Israele e il resto degli ebrei. Di solito l’ebraismo di questa gente finisce con loro, ed  è la ragione per cui io tendo a non preoccuparmene. Credono di essere molto importanti, ma sul piano storico non hanno alcuna influenza.

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Allo stesso modo, è del tutto legittimo decidere di non avere figli. O, per chi li ha, farli crescere senza alcuna educazione ebraica, aka non fare drammi se assorbono la religione e cultura della maggioranza (che in in Italia, è, boh, forse il cattolicesimo, forse un certo post-cattolicesimo). Scelta ripeto legittima. Non esattamente coraggiosissima, ma comprensibile, dopotutto crescere dei figli ebrei e/o praticare apertamente l’ebraismo non porta di solito molta fortuna, storicamente parlando. E anche se persecuzioni organizzate dallo Stato non se ne vedono (gli attacchi a noi ebrei, per ora, vengono prevalentemente dalle forze di opposizione) essere ebrei non dà in ogni caso molta sicurezza.

Lasciare l’ebraismo (e raccontare a sé stessi che lo si fa come un atto di coraggio) è in realtà una scelta facile dove gli ebrei sono minoranza. Ma difficile dove gli ebrei sono maggioranza. La sopravvivenza e la continuità del popolo ebraico sono legate ad Israele, perché Israele è l’unico contesto in cui è più facile essere ebrei che non esserlo. Non a caso, vive in Israele la popolazione ebraica più giovane del mondo. I rabbini nella Diaspora fanno un sacco di funerali. In Israele celebrano un sacco di matrimoni.

Torniamo a casi come quelli del signor G. La domanda che mi viene spontanea ogni volta che incrocio questi (chiamiamoli così) ebrei praticanti un ebraismo sterile è questa. Come mai per loro l’ebraismo è tanto importante da essere sbattuto sul muso degli interlocutori praticamente ogni giorno, ma non abbastanza importante da essere trasmesso ai propri figli?

Come mai diventano ebrei quando c’è da innalzare tra gli applausi uno striscione con la scritta Ebrei contro XYV  (al posto di XYZ metteteci quel che vi pare)  ma lo stesso ebraismo non merita un investimento di tempo e denaro per far sì che venga assorbito dai propri figli.

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Lo so che state pensando a Moni Ovadia. Anche lui infatti sembra avviato su una strada che lo ha portato prima a criticare Israele, poi ad allontanarsi dalla comunità ebraica, badando ovviamente a farlo sapere alla stampa dalla comunità ebraica (comunità che in Italia è un ente semi-pubblico a cui si pagano le tasse di iscrizione: in altre parole Ovadia ha tagliato sulle spese, scelta coraggiosissima come vedete) e infine ad appoggiare gli antisemiti del BDS. E’ la stessa strada del signor G.? Non lo so e non lo posso sapere. Non vivo in Italia e non so se Ovadia abbia dei figli. Ricordo un dibattito a Radio Popolare negli anni Novanta, in cui Daniele Sepe lo sfidava a pronunciarsi sulla Palestina. A quanto pare adesso si è pronunciato. Ma non so davvero se e quanto le due storie siano simili. Pensateci un po’ voi. Se questo Ebreo contro non ha figli, o se non vuole che siano ebrei, avrà ovviamente le sue ragioni e chissà quanto è coraggioso nel sostenerle in pubblico.

Stare in pubblico è il suo mestiere, dopotutto.

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Una risposta a Le strade in discesa del signor G.

  1. Shylock ha detto:

    Quella storia del ‘rubare la terra ai nativi’ mi ricorda la mia affittacamere in America, da studente. Una vecchietta arzilla, newyorkese d’origine, che si autodefiniva ‘a socialist’.
    Una volta che ci s’incrocia in cucina a colazione mi attacca non so come, non so perché la solfa sui Boveri Balestinesi: perché sai, un giorno sono arrivati lì gli israeliani e hanno detto: questa terra adesso è nostra.
    Io, che sono tanto buono e tranquillo, ma quando mangio e quando mi sono appena svegliato è meglio lasciarmi stare, ho assunto un’aria smarrita e pensosa, ho posato il mento sulla mano e ho detto: ‘How strange… sounds like American history, doesn’t it?’
    ‘I s’pose you’re right…’ e ha abbandonato il campo, ritirandosi nel suo studio.
    Oh, ci credi che non mi ha più parlato di geopolitica, né a colazione né mai?

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