Italia Judaica

È meno di una settimana che sono in Italia e mi sono già imbattuto in due caratteristiche del locale ambiente ebraico che, ne avessi bisogno, mi ricordano quanto faccia bene a starmene lontano.

Uno. Il complesso di inferiorità verso i Chabad, o comunque i “religiosi” aka gli ortodossi, ma quelli veri, quelli con la barba se uomini e la parrucca se donne. C’è sempre questa sottintesa convinzione che qualcun altro sia più ebreo di te, aka che tu non lo sei mai abbastanza.

E questo altro, generalmente maschio e generalmente riconoscibile per i vestiti o l’accento, comunque: esotico, è il modello cui conformarsi. Più lontano ed impossibile, aka esotico, meglio è.

E se è tanto esotico e impossibile da farti sentire perennemente inadeguato, vuol dire che ha una profonda spiritualità. Come è bello sentirsi parte di questo gruppo hassidico, pensa che in sinagoga mi ignorano, ah ma di Shabbat mi permettono di accendere loro le luci.

Jew-jitsu

Due. La volontà di censurare, silenziare, escludere chi non la pensa come te o comunque dissente. La comunità ebraica, intesa non solo come istituzione, ma come insieme degli ebrei che vivono in un dato territorio, o si trovano a passare di là, dovrebbe essere un luogo di studio e di crescita, in cui è possibile, sulla base del dialogo e del rispetto reciproco, cambiare opinione.

Invece no. C’è un gran desiderio di creare una comunità in cui tutti hanno la stessa opinione, votano per gli stessi partiti e soprattutto scomunicano lo stesso partito. Gli ebrei sono una minoranza anche in Italia e la cosa migliore è cercare di avere amici e sostenitori in tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra.

Ma sembra ci sia da sempre una gran voglia di creare il Partito Ebraico Italiano con una chiara piattaforma proX o antiX, laddove X può essere tutto, l’immigrazione, il matrimonio gay, l’Europa, perché se non la pensi come la penso io si immigrazione, matrimonio gay o Europa, allora non sei veramente ebreo. "E io chiedo all’Ambasciata di Israele di isolarti!" (la ho letta davvero).

autority

Beninteso, questi tratti psicologici non sono niente di nuovo. Li ho interiorizzati anche io. Al punto che per liberarmene ho dovuto cambiare Paese.

Solo vivendo in Israele ho perso la soggezione verso i nerovestiti, soggezione che si esprime anche in battute ostili. Ci vuole tempo per interiorizzare che sono persone esattamente come te, e altrettanto tempo per portare alle estreme conseguenza la strategia del vivi e lascia vivere.

E solo vivendo in Inghilterra, e grazie a Limmud, ho capito che ogni confronto e dialogo ha bisogno di regole (con un antisemita, ovviamente, non c’è dialogo) ma all’interno di quelle regole ci devono essere diverse posizioni. Altrimenti non si cresce.

In ambedue i casi mi sembra di vedere, all’origine, una profonda insicurezza. Quella italiana adesso è una comunità ebraica che non è sicura del proprio futuro. L'età media è tra le più alte in Europa. La natalità persino più bassa di quella del resto degli italiani. Forse per questa insicurezza si contempla con tanto compiacimento la propria millenaria storia, quasi a dire a sé stessi “se ce la abbiamo fatta fino ad oggi ce la faremo anche domani”.

vivanti

 Il che è anche vero, probabilmente. Ma che fatica.

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Una risposta a Italia Judaica

  1. Jean-Michel Carasso ha detto:

    Non ce la faranno anche domani. Le comunità arrancano, disertate dai giovani che potrebbero assicurargli un futuro, dilaniate da conflitti interni, chiuse a qualsiasi novità, restie a qualsiasi apertura, trascurate dai propri maggiorenti e versando in condizioni economiche da quasi fallimento. Non ce la faranno anche domani, e tutto sommato non ne morirà nessuno.

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