Il vincitore dell’Eurovision

Diciamolo subito. Il vincitore di Eurovision 2019 è un piccolo Paese che viene aggredito da più di settanta anni, il cui diritto di esistere viene negato e che nonostante tutto riesce a organizzare uno spettacolo tecnicamente perfetto con milioni di spettatori in tutto il mondo. Israele. E questa edizione del festival ci insegna qualcosa anche sulla politica internazionale.

Per decenni, i decenni in cui Madonna era una star, “sono ebreo ma condanno le politiche di Israele” era il mantra che dovevi recitare per essere considerato accettabile. L’unica posizione possibile, quella che dovevi sostenere senza esitazioni (altrimenti diventavi fascista ed arrivavano minacce fisiche) era il sostegno alla soluzione a due Stati. “Ecco, guardatemi, sono ebreo, sono sionista, ma accanto alla bandiera di Israele sto sventolando quella palestinese! Vedete come sono di sinistra? Me la ha anche autografata Moni Ovadia!”

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Adesso le due bandiere compaiono assieme solo sulla schiena di ballerini di ultima fila, per pochi secondi, verso la fine dello show di Madonna, non uno dei migliori della sua carriera, va detto, anche perché Madonna ha una sua età e, come la soluzione a due Stati, non incanta più nessuno.Quanto agli altri, quelli che di Stato ne vogliono uno solo, tutto arabo e privo di ebrei, fanno notizia solo per non essere stati capaci di sfruttare una delle poche occasioni mediatiche da cui sono assenti gli USA.

La faccia incazzata e rancorosa dei tre islandesi, con il look vagamente sadomaso, che nemmeno riescono a sollevare le mani dallo striscione antisemita miserando che si sforzano di mostrare alle telecamere, circola nei social media assieme al comunicato della casa madre, che ne prende le distanze.

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Nella parte più snob e complicata della mia raccolta di dischi da adolescente c’era tutta la musica industriale. Throbbing Gristle, i Coil, Luc Van Acker e via via fino ai Laibach e alle performance de La Fura dels Baus. Questa roba è stata il mio pane quotidiano per un decennio buono, diciamo fino alla caduta del Muro di Berlino, che ha rimesso in moto la storia e causato qualche casino tra i cultori del genere In quella Europa bloccata tra individualismo Thatcheriano e edonismo Reaganiano, mentre da più parti si decretava la fine della storia, scopo dell’arte era scioccare gli spettatori, farli sentire in pericolo.  Per ottenere il risultato musicisti e performers solevano usare a piene mani materiale che documentava gli orrori del totalitarismo e del condizionamento sociale, attingendo a piene mani dall’immaginario sadomaso.

Questi pischelli islandesi hanno usato quel genere di arte per fare propaganda, e già questo è una roba da ridere, ma farla per i palestinesi, una causa nazionalista totalitaria e farlocca, e farlo all’Eurovision, tempio del pop… Tre volte imbecilli.  La reazione del pubblico di tutto il mondo infatti è stata “ma se vi piacciono sangue e torture è ovvio che vi siete dalla parte dei palestinesi, che cazzo ci fate qua? Andate a Ramallah a mostrare le chiappe.”

Un risultato del tutto prevedibile, che in quel genere di ambienti, è un errore imperdonabile. 

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