Mi sono trovato a dover spiegare  a una mia conoscenza cosa non va nella Universita’ italiana e perche’ sono contento di starne lontano (dopo dottorato, postdottorato ecc.). Copincollo, con qualche aggiunta

Come in ogni Paese del mondo, nella Universita’ italiana si entra se hai un maestro, ovvero se la tua tesi e’ piaciuta a qualche luminare, che decide di coltivare il tuo talento promettendoti che prima o poi ti arrivera’ uno stipendio e facendoti entrare in qualche programma di dottorato. Dove qualcosa cominci a guadagnare: nel mondo dei sogni, in cui vengono premiati i capaci e meritevoli, guadagni poco meno di un insegnante di scuola superiore senza scatti di anzianita’; ti va bene e ti basta, perche’ hai passione, perche’ vedi un qualche posto in un futuro e perche’ la fidanzata, se ce la hai, e’ molto paziente. Fin qui, nulla di scandaloso. Nulla di scandaloso, voglio dire, nel dipendere dalle ubbie di un luminare, che magari lascia per strada persone intelligenti ma antipatiche (a lui). La ricerca scientifica e’ fatta anche di relazioni personali.

Il problema e’ cosa succede una volta varcata quella soglia, nel percorso che porta alla cattedra e allo stipendio. Idealmente parlando dovrebbe essere un percorso senza interruzioni. In Italia si va in cattedra tramite concorsi, e ai concorsi conta il punteggio che hai accumulato: in base a quel punteggio vieni ammesso al colloquio. Per ragioni lungamente precedenti la riforma Berlinguer, ma che la riforma ha aggravato, in Italia il punteggio si calcola non in base alla qualita’ delle pubblicazioni, ma in base alla quantita’. Nella mia permanenza dentro l’Universita’ italiana ho visto libri pubblicati su internet e rapidamente scomparsi dopo il concorso che ha portato in cattedra l’autore (che evidentemente non era molto contento che si andasse a leggere il suo libro); verbali di concorso (poi corretti) in cui i dati bibliografici erano sbagliati (e cioe’ i commissari manco avevano letto i libri), candidati che prima del colloquio facevano due o tre ricorsi preventivi al TAR giusto per intimidire gli altri candidati. E cosi’ via. E la disciplina di cui mi occupavo aveva solo marginalmente a che fare con i poteri forti: il massimo che puo’ capitare a uno storico e’ di vedere il suo saggio pubblicato in una strenna, a cura di una banca; o in un volume pubblicato dall’assessorato alla cultura in occasione del restauro di qualche abbazia. Economisti e chimici farnaceutici hanno in ballo anche altri interessi, e probabilmente fronteggiano altre pressioni.
 Ovviamente non basta accumulare titoli, bisogna anche farli circolare. E cosi’, un fattore che aiuta la carriera sono le recensioni, che pero’ non hanno nulla a che fare con il valore del libro in se’, ma fanno piuttosto parte di un sofisticato gioco di scambi (uno della tua cordata recensisce positivamente il tuo libro, e tu, o un tuo collega, fara’ lo stesso con il suo). Un modo sicuro per accumulare buone recensioni e’ pubblicare in un volume collettaneo, per solito gli atti di un convegno, a cui tu, e esponenti di altre cordate equamente rappresentati, siete stati invitati da organizzatori che avevano gia’ in mente il volume degli atti, e calcolavano quindi il numero degli interventi ammessi (che stampare venti pagine in piu’ costa). Occasioni per i convegni sono a volte i restauri di cui sopra
In tali convegni, il dibattito (nel senso di confronto tra punti di vista differenti) e’ ovviamente assente. Nessuno si arrischia a scardinare il sofisticato gioco tarantiniano delle future recensioni; e cosi’ c’e’ la liberta’ di dire le castronerie piu’ grosse, senza che alcuno te lo faccia notare.
Esclusa quindi la possibilita’ di dibattere con quelli di cordate differenti, resterebbe aperta la possibilita’ di dibattere con quelli della tua, di cordata. E pero’ qui entra in ballo la burocrazia sommata all’eta’, due fattori che portano al noto fenomeno dell’ asino in cattedra. E cioe’ ci sono baroni [=docenti universitari di lunga esperienza politica, che stanno dal decenni al vertice della carriera, e non pubblicano piu’ nulla perche’ nessuno li smuove] che manifestano il loro potere facendo si’ che i meno brillanti e piu’ stupidi dei loro allievi facciano carriera meglio degli allievi degli altri baroni. La moltiplicazione delle cattedre avvenuta con la riforma Berlinguer ha accresciuto il fenomeno in maniera parossisitica, sicche’ se ai miei tempi  era gia’ raro che, poniamo, un docente cattolico decidesse di investire su di un allievo ebreo (e’ successo a me) sfidando pregiudizi e cordate, adesso questo e’ del tutto impossibile e gli allievi sono fotocopie ideologiche delle posizioni dei loro maestri
Per cui no, l’Universita’ italiana non e’ il luogo in cui si impara a dibattere con rispetto delle posizioni del tuo interlocutore. Se va bene, impari a sopravvivere in una atmosfera claustrofobica e clientelare. E restringi il numero delle tue frequentazioni. Voglio dire che finisci per frequentare o persone che fanno il tuo stesso identico lavoro, sperando in questo modo di ottenere quelle informazioni e conoscenze che ti serviranno in vista del prossimo concorso. Quelle piu’ che amicizie sono parte della rete di conoscenze che ti e’ indispensabile creare. A cui si aggiungono, ma e’ il caso meno comune, anche persone che con il tuo lavoro non c’entrano assolutamente nulla, perche’ ti puoi fidare solo di persone che sono fuori dal tuo ambiente, e che se sei incazzato o su di giri non possono in alcun modo pensare che questo ha a che fare con la composizione della commissione di concorso.
Frequentando solo persone simili a  te (o totalmente opposte, e solo perche’ sono totalmente opposte) succede che ti sclerotizzi. Finisci per parlare lo stesso linguaggio che parlano i membri della tua tribu’ e a inanellare delle serie di memi che prendono il posto dei ragionamenti articolati. Uno di questi memi era, ai miei tempi, che siccome c’e’ la globalizzazione, la gente si rifugia nelle identita’. Lo ho scritto in una riga, ma ci si potevano scrivere papelli, tracce di convegni, lettere al manifesto, editoriali di repubblica, e programmi di cineforum. Per via di questo intruppamento tribale, l’universitario, o aspirante tale, ha perso la capacita’ di interrogare se’ stesso.
Avete presente quando la Lega Lombarda vinse le elezioni la prima volta? Tutti i giornalisti e gli opinionisti erano scandalizzati e preoccupati. Ma come, ci e’ cresciuto questo movimento in casa e noi non ce ne siamo nemmeno accorti? La ragione e’ semplice: i giornalisti all’epoca viaggiavano in prima classe. E i discorsi che giravano tra i pendolari, che viaggiavano in seconda. non li sentivano nemmeno. Ecco, agli universitari succede lo stesso fenomeno. Nel secolo scorso, quando c’era il Partito Comunista Italiano, il professore universitario incontrava in sezione l’operaio o l’insegnante. Ora non succede piu’. Ma nel frattempo il professore universitario ha sviluppato una spropositata concezione di se’, siccome lui conosce i memi di cui sopra e li puo’ anche motivare. E cosi’ abbiamo il dottorando, o post dottorando, che sta davanti allo schermo del computer a elargire perle di sapienza lette sulle pagine del manifesto a cui lui mette le note a margine che derivano dalla sua disciplina, e che servono a convincere lui, e i lettori come lui, che loro hanno ragione perche’ riescono a vedere il mondo dal punto di vista di Dio o della storia universale e che il resto del mondo ha torto, e’ volgare e tribale ed anzi si lava pure poco.
C’e’ poi la questione dell’uovo e della gallina. E’ vero che le professioni intellettuali hanno perso status sociale. Il sistema universitario italiano scoraggia le innovazioni: “non possiamo creare una cattedra di informatica applicata alle materie umanistiche, poi arriva un laureato in matematica e se la prende e chi lo controlla il laureato in matematica?”. Ma anche la totale incapacita’ degli intellettuali italiani di capire come va il mondo e, nel contempo, di tenersi stretto il ruolo (e la paga) di editorialista su questo o quel quotidiano, non e’ che abbia dato lustro alla categoria. E, tra l’altro, gli italiani leggono poco i quotidiani, perche’ leggendo i quotidiani non riescono a capire dove sta la ragione del contendere tra Israele e Palestina, ma solo che tutti e due sono invischiati in una guerra di identita’ religiose. Come te, elettore leghista e tonto.
E pertanto io sono piuttosto contento di trovarmi in questo momento a destreggiarmi tra il daf yomi e la pagina facebook di una sinagoga, cui sto lavorando nel tempo libero. In un universo parallelo, davanti allo schermo del computer, con una tazza di caffe’ sulla scrivania ci sta un altro nahum, quello che non sono diventato. Sta leggendo il manifesto e haaretz, dopo aver passato tutta la giornata a controllare se nelle note del suo saggio sono stati citati tutti, ma proprio tutti, i nomi dei colleghi che sono un grado piu’ avanti di lui e che saranno nella commissione d’esame. Il saggio tocca anche qualche dibattito importante, di quelli che hanno avuto corso nel passato, ma questo nahum sta bene attento a non prendere posizione. Chiuso il saggio, apre il manifesto dove legge che gli unici ebrei buoni sono quelli che criticano lo Stato ebraico, che anzi sarebbe una buona idea se non ci fosse del tutto. E l’antisemitismo e’ male. E siccome tu hai ragione non puoi essere antisemita. E’ colpa loro, degli israeliani e della loro eccessiva identita’.
Sono contento di aver lasciato quel nahum dentro la sua bolla di parole, che lui immagina grande come il mondo e che e’ invece solo uno specchio in cui riflettersi e dirsi da solo quanto e’ bravo e quanto lui (e quelli della sua classe sociale) hanno ragione su tutto.

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