A Gaza la fame è un problema

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Dico, lo sappiamo tutti che a Gaza la fame è un problema. Poi però possono ordinare on line da uno dei ristoranti convenzionati, ed ecco che il problema è risolto.

L’idea geniale ed assolutamente innovativa, creare un sito web che ti permetta di ordinare cibo dal ristorante, è venuta a un giovane accademico di Gaza (pofferbacco, c’è l’Università a Gaza?)  che aveva visto simili imprese quando, nel corso dei suoi studi, ha soggiornato in Malesia, Egitto e Turchia (ma Gaza non era sotto assedio?)

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Beninteso, gli utenti del sito hanno la possibilità di ordinare anche da ristoranti che offrono non solo piatti locali ma anche piatti occidentali, come il filetto alla Stroganoff (ma i sadici israeliani non impedivano l’ingresso a tutti i beni di prima necessità?).

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Gli inizi dell’impresa sono stati difficili, era complicato convincere i ristoratori che valeva la pena imbarcarsi in tale novità. Ma adesso  il giro d’affari è cresciuto, in qualche caso del 20% (come sempre capita dove milioni di persone sono ridotte alla fame). L’idea piace molto agli operatori del settore: adesso i ristoranti che utilizzano la piattaforma sono una sessantina. Davvero una situazione disperata, quella di Gaza.

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Tra gli entusiasti fruitori del nuovo servizio c’è un fotografo. Esatto. Immaginatevi la scena. Questo qua fa le foto dei bambini che muoiono di fame. Poi ordina il suo filetto alla Stroganoff, se lo fa recapitare in studio, e poi via di nuovo alla ricerca di immagini che impietosiscano i lettori europei. Tanto pagate voi.

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Il dinamico imprenditore sta pensando di espandere l’impresa oltre i confini di Gaza City, fino alla West Bank e alle città arabe in Israele (quel terribile assedio…), dove c’è evidentemente tanta gente che fa la fame. Ottima notizia. Tutti posti di lavoro in più. Ma non vi venga in mente che i ragazzi delle consegne riportino alla polizia chi si trova in casa di chi. Gaza è una democrazia, Hamas ha vinto delle elezioni democratiche. Vero?

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Considerazioni sul burkini. E non è roba da bar.

Se siete stati ad ascoltarli con attenzione, gli argomenti di chi si oppone alla recente serie di ordinanze di sindaci francesi in materia di abbigliamento femminile nei luoghi di balneazione, sono i seguenti [tra parentesi quadre ed in corsivo i miei commenti, viscerali e “da bar“]:

Il burkini non è un ostacolo alla sicurezza. [Nemmeno il nudo integrale, eppure non è consentito ovunque].
Ogni donna deve essere libera di vestirsi come le pare. [Ma non di svestirsi: difatti il nudo integrale è permesso solamente in certe aree].
Andare in spiaggia con il burkini non è integralismo. Anzi il burkini permette alle donne musulmane di vivere come tutte le altre, ma senza trasgredire le regole della loro religione [Fino ad adesso tutte queste donne musulmane hanno vissuto nel peccato e noi non lo sapevamo].
Se viene proibito il burkini poi staranno a casa e si radicalizzeranno. [Sottotesto ricattatorio: non venire a lamentarti quando una ondata di attentati islamisti condotti ed organizzati da donne prenderà di mira la tua sinagoga].
Non si deve criminalizzare l’Islam radicale, ci sono organizzazioni che forniscono alle donne musulmane servizi che lo Stato non fornisce: aiuto economico, assistenza sociale…
Con il burkini le donne si sentono protette. [Tradotto significa che quelle che non portano il burkini sono delle esibizioniste, e pure un po’ troie].
Tu non sai che lingerie audace vestono sotto quella specie di telo. [Oriente ed erotismo, e sapessi che luogo di delizie che è l’harem, e che figata la poligamia].
Ho visto ragazzine che con il niqab mettono i leggings, i tacchi ed il rossetto. Per loro è una faccenda di orgoglio, sta dicendo al mondo che è finalmente mestruata. [Come sopra, ma da insegnanti di scuola media, abbastanza vecchi per ricordarsi di un libro di Nabokov. O meglio, della copertina: oltre la quale non osavano andare].
(E il sempiterno) è la loro cultura, non possiamo certo imporre loro la nostra, non sarebbe liberazione ma colonialismo. [Grazie, già sentito, risparmiami il pippone su Bush e la guerra contro i Talebani che non ha liberato le donne afghane dal burka. E non venire ad imporre a me e alla mia cultura di accettare l’esistenza di uno Stato Palestinese].

Io so che i commenti di cui sopra sono come ho scritto roba da bar, e cioè viscerali, poco concilianti e magari pure razzisti. Che posti terribili sono i bar per certa gente, molto meglio comunicare i propri pensieri via Internet, vuoi mettere la soddisfazione di raggiungere potenzialmente (parola chiave: potenzialmente) l’universo intero?

Dunque ho deciso di non essere reattivo ma di fare proposte costruttive. Vi presento un abito che le donne che aderiscono ad una religione scelgono liberamente di portare. No, mica le suore cattoliche, cosa avete pensato. Si tratta della Chiesa Americana dei Cavalieri Cristiani, nota anche come Ku Klux Klan.

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Voglio sperare che non abbiate nulla in contrario a permettere a una donna che veste tale indumento di accedere alla spiaggia. L’uniforme delle Women of the Ku Klux Klan, non ha nulla a che fare con la politica o il razzismo, viene indossata solo per motivi religiosi. Guardatela bene, c’è anche una croce.

Non presenta alcun ostacolo alla sicurezza, giacché il volto è scoperto e del tutto riconoscibile.
Vorrete, spero, riconoscere che ogni donna deve essere libera di scegliere di vestirsi come le pare e quindi perché vietare di indossare un indumento tradizionale.
Questa tunica bianca permette alle donne della Chiesa Americana dei Cavalieri Cristiani di recarsi in spiaggia senza trasgredire le norme della loro religione. Non c’è nulla da temere, è anzi una importante concessione ai costumi della maggioranza ed un passo avanti verso la costruzione di una società multiculturale.
Siamo onesti: in questi tempi di immigrazione non vorrete che le donne che le donne della Chiesa Americana dei Cavalieri Cristiani stiano a casa d’estate, quando tutti gli altri sono al mare, e si radicalizzino.
Non dimentichiamo che il Ku Klux Klan fornisce una preziosa opera di assistenza sociale per le famiglie dei detenuti, e che rappresenta in alcune parti degli Stati Uniti una importante forza elettorale con cui i politici debbono fare i conti (altrimenti, sapete, si radicalizzano).
Le donne che vestono questa tunica si sentono al riparo dallo sguardo maschile, sopratutto di maschi neri ebrei ed italiani, che le vuole ridurre ad oggetto sessuale.
E comunque non sapete che lingerie audace vestono sotto quegli abiti, è tutto un gioco di vedo e non vedo che fa parte della seduzione.
Ci sono ragazzine che si mettono quella tunica ma anche i leggings ed il rossetto (io le ho viste): per loro l’uniforme delle donne del Ku Klux Klan è il simbolo che hanno raggiunto l’età adulta e tutta la famiglia le considera ora in un altro modo.

 

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Burkini uno, due e tre

SD_01_T52_9887F_E4_X_EC_90Va bene, va bene, ognuno deve essere libero di vestirsi come cavolo gli pare. Va bene, va bene, la stupida e tutta francese proibizione del burkini si applicherà solo alle famiglie che vengono a fare un weekend al mare e non certamente alle principesse saudite che se ne stanno sugli yacht. Va bene, ripeto, la fissazione francese per la laicità è grottesca. Si è già visto che ne fanno le spese prevalentemente gli ebrei, alla faccia della tutela delle minoranze.
Ma se una non vuole prendere il sole sulla pelle, che cavolo ci viene al mare a fare?  Mi aiutate a risolvere questo mistero?

Intanto nel mondo ebraico ortodosso tutte le norme relative alla esibizione del corpo femminile vengono ripensate, nel tentativo riuscito di permettere alle donne ebree di vivere nel mondo moderno e continuare a essere attive nella  propria comunità religiosa. Lo strumento per tale operazione intellettuale è il tanto agognato common sense, noto anche come equilibrio tra estremismi, che in passato ha unito filosofi arabi e filosofi ebrei p.es. nella famosa Spagna medievale. Qui un esempio. E per favore notate che ad ogni paragrafo l’autore spiega che se una proibizione vale per le donne allora deve valere anche per gli uomini.
Invece di incoraggiare l’Islam a seguire questa strada, la sinistra europea si schiera a favore del diritto, mai rivendicato da nessuna prima di ora, di mettersi il burkini in spiaggia. Sempre più orwelliani ti urlano: “Ma siamo matti? Indicare l’ebraismo ed Israele come un esempio? Non sai che questo è colonialismo? Il burka è liberazione per le donne e per gli uomini!”
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Non poteva mancare quella che ti spiega che anche sua nonna metteva il velo, e che quindi le nipoti delle burkinate saranno libere ed integrate, come lo è lei, se solo noi diventiamo meno razzisti (vulgo se diamo retta ai fondamentalisti islamici e boicottiamo Israele) e che proibire il burka è colonialismo. Naturalmente nessuno glielo spiega, che la mamma della burkinata probabilmente metteva la minigonna e che la storia non va a senso unico. Tanto per dirne una, negli USA le donne hanno iniziato a lavorare fuori di casa in maniera significativa negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Senza guerra, l’emancipazione sarebbe avvenuta più tardi, in modo diverso, o forse mai. I processi storici non sono decisi  dalle stelle, e nella storia non è all’opera alcuno spirito, ripassatevi Leopardi.
Ma siccome questi sono discorsi complicati e fa caldo, alla femminista nipote di nonna velata, a me viene solamente da dire che la nonna in spiaggia non ci andava.
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Strani silenzi

A quanto pare ci sono personaggi che lavorano per organizzazioni umanitarie i quali hanno stornato decine di milioni di dollari destinati alla popolazione civile di Gaza, che avrebbero dovuto servire per ricostruire case ed ospedali, e che invece sono finiti nelle casse di Hamas e utilizzati per acquistare missili, o altro tipo di armamenti.
Decine di milioni di dollari. Un vero e proprio furto operato da una organizzazione terroristica.
Uno ovviamente si aspetta vivissime proteste e furiosa indignazione da parte di tutti quelli che hanno a cuore le condizioni dei palestinesi di Gaza, defraudati degli aiuti che la comunità internazionale indirizza a loro.
E invece niente. Zero, non ne parla nessuno.
Il che è molto strano. Non c’era una catastrofe umanitaria, a Gaza? Non stavano per morire sei milioni di bambini, vittime di una spietata macchina da guerra di tipo nazista, come gli ebrei nel Ghetto di Varsavia? (Gli ebrei veri, dico, mica questi sionisti colonialisti invasori che non piacciono a Moni Ovadia)
Insomma sembra quasi che della popolazione civile di Gaza non importi a nessuno. Che li si possa depredare di milioni di dollari senza che alcuno si lamenti!
Veramente strano.
Viene quasi da pensare che quelli che per anni ci parlano della sofferenza della popolazione di Gaza, questa volta non siano molto interessati. Curiosamente, questa volta non si può accusare Israele di nulla.
Ma guardate che è un caso. Non è che qualcuno ce la abbia particolarmente con Israele, che sia alla ricerca di prove dei suoi pregiudizi secondo cui gli ebrei non debbano avere uno Stato e quello Stato è nel torto sempre e comunque, perché nato in seguito ad una specie di peccato originale. Assolutamente no. Per favore non tiriamo in ballo pregiudizi ed antisemitismo, come fanno di solito gli ebrei gli israeliani. Che cercano sempre di speculare sul senso di colpa
Invece importa moltissimo della popolazione civile di Gaza. Guardate, davvero, tantissimo. E stan per scrivere sdegnatissimi articoli contro questa rapina di decine di milioni di dollari. Ecco. Adesso arrivano. Parte tutta una campagna di mobilitazione. Davvero, Ci siamo.
O magari dopo Ferragosto. Che adesso fa caldo.
Aspettiamo neh.

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La malattia mentale

Sapete, un adolescente affetto da malattie mentali esce di casa, e, essendo affetto da malattie mentali (aspetta che lo ripeto: affetto da malattie mentali) inizia a accoltellare tutte le persone che gli passano accanto. Ma mica subito.
Perché la malattia mentale è così. Chi ne è affetto capita che prenda la metropolitana per un’ora e quaranta minuti, da Tooting a Russell Square, se ne sta buono e tranquillo (sapete, la malattia mentale fa quest’effetto) in una sera d’estate , poi arriva in centro e (cazzo, la malattia mentale!) gli parte la brocca e accoltella a casaccio, ma davvero a casaccio, quatto o cinque femmine occidentali, tra cui una americana ed (oh, è per la malattia mentale!) una israeliana, che solo per caso le vittime sono donne.
Ci sta anche il fatto che aveva letto il Corano e dei libri di teologia islamica e lasciato recensione su sito di lettori, roba da malati di mente, scrivere recensioni… E diceva  che ci aveva trovato la guida per la sua vita. Sapete, la malattia mentale fa ‘sti effetti, tu leggi il Corano e poi se vedi una poco coperta, sai mica cosa succede, con la malattia mentale; e la vai a cercare a un’ora e quaranta da casa, si sa. La malattia mentale non perdona, eh.
E ripeto c’entra la malattia mentale, mica altro. C’entra che le donne vittime erano occidentali (Israele, noto Paese dell’Occidente…) e magari poco vestite, che sapete con la malattia mentale bisogna stare attenti e poi certo che se si velavano un poco rischiavano di meno. Non il burka, no, ma almeno il velo, dai. Perché no, che è pure di moda, in certe parti del mondo. Ma le donne occidentali sono così. C’è la malattia mentale e loro non si coprono. Sconsiderate. Poi si lamentano.

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La presente per informarvi che il 2 agosto Leonardo Tondelli si è dato alla fuga.

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sto sereno

Comunque, guardate, io ero preoccupato.
Pensavo che chiudere persone in una gabbia per farle affogare, decapitare un bambino tra le grida di giubilo della folla, gettare dei presunti omosessuali dal piano più alto di un palazzo, decorare gli spazi pubblici con teste mozzate, mettere in vendita bambine, mitragliare il pubblico ad un concerto, infilarsi in una appartamento nella West Bank per sgozzare bambini, guidare un camion ad alta velocità contro una folla, sparare ai frequentatori di locali gay, sgozzare un prete sull’altare, sparare colpi di mitragliatore su un rabbino ed i suoi figli, fossero tutti segni di chiaro equilibrio mentale e di salute psicologica.
Però mi hanno spiegato che si tratta di conseguenze di malattie mentali.
Oh, come sono più sereno adesso.
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